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Autore Alessandro Tavola :: 1 Settembre 2016
Locandina di Arrival

Recensione di Arrival di Denis Villeneuve con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker: il regista di "Sicario" torna con un racconto fantascientifico lineare e dalla bellezza esile e fuggente che depura il genere fino a svalutarlo

Come tipico del suo stile, Denis Villeneuve riesce a creare un racconto ovattato, visivamente impeccabile, ricco di ritmo personale ed eleganza. Come nei più recenti Enemy e Sicario, con Arrival allo stesso tempo arricchisce e spoglia contemporaneamente la materia trattata: una mutazione che vede in primo piano la dimensione narrativa ed immersiva, travalicando il genere, immergendo il tutto in una caratura contemplativa.

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Villeneuve, in ciò, non alza l’asticella rispetto ai film precedenti, ma trova una nuova possibilità di districare la sua idea di cinema. Tra silenzi e semplicità apparente, tra solidità delle immagini e una spinta a racchiudere il tutto in un’ombra compatta umorale e cromatica, il regista canadese non stravolge e non disfa, e Arrival sta lì, in bilico tra la fantascienza più tipica e la ricerca spirituale e prima di tutto umana. Ma, in questo indagare attraverso il racconto, disvelando personaggi, ideologie, popoli, concetti, nuovamente l’involucro di Villeneuve può apparire eccessivamente levigante. Se in Sicario il genere veniva depurato e marchiato dallo stampo dell’autore, davanti ad una sci-fi che si vuole umanista e politica, in Arrival troviamo immagini eccessivamente levigate, estetiche in senso quasi gergale.

Nell’atmosfera chiarissima, netta e continua (quella di una perpetua alba – di un nuovo sapere, di una nuova umanità – uggiosa e divina) il percorso compiuto da Amy Adams, invece di assurgere a centrale, rimane una componente di un viale di racconto, di scoperta e di conoscenza senza curve e senza dossi, pianeggiante lungo il climax finale. Il suo pare più un giocare con la fantascienza che per la fantascienza e il tutto ci arriva sì composto, sinuoso e talvolta incantevole, ma infine si rivela essere una bolla, un trucco, una bellezza sfuggente ed esile.

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Villeneuve punta alla semplificazione in modo eccessivo, scendendo a patti con una sceneggiatura ed una struttura che anche a film realizzato e visto suggeriscono tutta una serie di approcci tenuti da parte o scorciati dal regista canadese, rendendo Arrival un film composto ed impattante per la sua primaria capacità di fascinazione, ma non in grado snocciolare adeguatamente scienza, politica, filosofia e soprattutto i prota. Se Christopher Nolan con Interstellar caricava eccessivamente, arrivando a far apparire il tutto farsescamente più complesso di quanto fosse, Villeneuve mutila le diramazioni mentali potenziali per infilarsi nella più sicura e semplificatoria accoppiata di spiegazioni e massime, facilonerie e prêt-à-porter senza che la sospensione dell’incredulità possa aver avuto prima la meglio, forse convinto che la forza delle sua immagini possa essere sufficiente ad elevare concetti come quelli del linguaggio e del tempo.

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Ed è così che sotto il suo tratto come sempre calligrafico, il regista riesce a darci astronavi ovali e cieli gelidi, cerchi di macchie fluttuanti da leggere e futuri da scassinare: ma non ci è permesso toccarli, perché sono in una teca estetica immobilizzante, senza aria, sullo schermo da guardare come pietre raffinate dalle possibilità di utilizzo che si fermano al piacere godibilissimo del racconto pomeridiano.

Trailer di Arrival

Voto della redazione: 

3

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