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Autore Giulia Marras :: 12 Marzo 2015
Locandina di Cloro

Recensione di Cloro | Opera prima di Lamberto Sanfelice presentata al Sundance e al Festival di Berlino, colpisce per l'ottima prova della sua protagonista e per la sperimentazione visiva osata dalla regia, poco italiana, forse troppo americana

Non stupisce che Cloro, prima ancora di Berlino, sia passato dal Sundance, come unica opera italiana presentata al festival fondato da Robert Redford, concorso che ormai ha contribuito a formare un genere a sé, culla dell'indipendenzia americana. Il primo lungometraggio di Sanfelice ha, infatti, tutte le carte in regola per essere promosso come figlio legittimo di quella cinematografia che sceglie l'intimismo dello sguardo ravvicinato ai suoi protagonisti, bloccati tra uno stato d'animo e l'altro, il virtuosismo della macchina da presa piuttosto che la prolissità della sceneggiatura e l'incedere dei colpi di scena. Sanfelice immerge lo spettatore nel film ad eventi scatenanti già svolti, con un'introduzione notevole il cui montaggio parallelo tra passato e presente evita ogni perdita di tempo nel mostrare subito ciò che si vuole veramente raccontare: il delicato passaggio dall'adolescenza all'essere adulti, la difficile calibrazione tra le proprie aspirazioni e l'amara realtà.

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Dualismi qua rappresentati simbolicamente dall'opposizione figurata e significante tra mare e montagna: Jenny viene strappata via da Ostia e dal suo sogno di campionessa di nuoto sincronizzato per accudire il padre malato e il fratellino nelle fredde montagne abruzzesi. Trama scarna, ma assolutamente originale, scaturita da una scena realmente vissuta dal regista, e che porta umilmente in superficie il problema della perdita del lavoro in età avanzata, a causa della quale la famiglia di Jenny si vede costretta al trasferimento, dopo aver perso la casa sul litorale romano. Emigrati in patria, i tre sembrano destinati a dividersi dalla stessa e unica nostalgia verso il mare (e la madre, di cui si accenna la morte, ma che per fortuna non grava pateticamente sulle vicende); solo grazie alla relazione notturna con un altro emigrato, Ivan, il custode dell'albergo dove lavora, Jenny riuscirà lentamente ad aprirsi e lasciarsi ammorbidire anche nel rapporto con il fratello.

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È una protagonista che non ha nulla di speciale, Jenny; interpretata dalla promettente Sara Serraiocco, già lanciata da Salvo di Grassadonia e Piazza, è una ragazza come tante altre, la quale, catapultata in una situazione di disagio, non risponde subito con coraggio attirando l'ammirazione dello spettatore. È scontrosa, insofferente, egoista. Ma solo così si forma un piccolo racconto di formazione e crescita convincente; anche quando è palese che l'arco di trasformazione non è del tutto compiuto.

Il vero pregio di questo esordio risiede però nell'innegabile capacità registica di Sanfelice, nelle riprese privilegiate che si concede nella vicinanza con la protagonista, soprattutto nelle sequenze di allenamento nei paesaggi imbiancati e nei meravigliosi giochi di specchi e riflessi nell'acqua della piscina. Purtroppo, rischiando nell'assomigliare il più possibile all'indie che l'ha formato (le inquadrature ravvicinate alle spalle dei personaggi cominciano a divenire pedisseque e insopportabili), rischia poco negli azzardi personali: è in quei momenti che si intuisce un vero potenziale visivo particolarmente interessante e sorprendente.

Nella delicatezza ed estrema sensibilità di una piccola storia contemporanea, Cloro sembra voler volare basso, senza picchi. Ma senza giri di parole, senza una colonna sonora strabordante ma incisiva nei momenti giusti, è un'opera da non sottovalutare, in cui immergersi letteralmente in profondità, laddove l'acqua è l'elemento che la tiene unita.

Trailer di Cloro

Voto della redazione: 

3

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