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Autore Alessandro Tavola :: 4 Febbraio 2016
Locandina di The Hateful Eight Quentin Tarantino

Recensione di The Hateful Eight di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leight, Tim Roth: con immensa lucidità il regista di "Pulp Fiction" e "Kill Bill" realizza il suo monumento destabilizzante di narrazione pura

The Hateful Eight rappresenta una sorta di apoteosi dell’unico autentico fil rouge della filmografia di Quentin Tarantino: il dialogo, il dialogo sgorgante e seducente, puramente cinematografico fatto non, ovviamente, solo di parole ma delle immagini e del tempo stessi. Ci ritroviamo di fronte a una vera e propria monumentale opera auto-alimentata, una cattedrale destabilizzante di cui ammirare la struttura, i particolari, ritrovando la semplicità apparente dei gesti, dei corpi, dei volti, del ticchettio di una condanna (che è quella della fine del film) rinviata sine die da ogni singola scena finché possiamo.

Tre ore di battute, di tensione, di sfide, di ricerca del colpevole, dove non è tanto l’ironia quanto la capacità di Tarantino di ubriacare filmicamente pur (o, forse, soprattutto) parlando del nulla. Otto(?) personaggi, uno spazio, nessun argomento pregnante: eppure in ogni primo piano, in ogni silenzio, in ogni pavoneggiarsi da cacciatore di taglie qualcosa brilla, perché ci troviamo davanti a narrazione pura, a cinema assoluto. Con Morricone nelle orecchie e La Cosa di John Carpenter (e quindi ancora Morricone) a mente e un impasto da giallo per le mani. Mentre ogni immagine rimanda alla penna che può averla concepita ed invoca quella successiva, in un effluvio narrante/narrativo/narrato liberatorio ed incantevole.

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Quel che con anche i migliori registi è sempre rimasto come “una parte”, per quanto corposa, del realizzare un film, Tarantino ha sempre provato a trasporlo nudo e crudo: The Hateful Eight si spacca letteralmente davanti ai nostri occhi come se la visione stessa combaciasse con l’analisi del film, con l’elemento formale come unico possibile, immaginabile, memorabile. Trama e ordito, schema e ludibrio, l’impatto delle immagini, in un atto violento e magnetico, dove la fisicità e le proporzioni vengono riscritti dal 70mm, dove l’esplorazione è quella dello schermo (e non attraverso lo schermo), dove non c’è emozione veicolata, ma sono le inquadrature ad essere l’emozione stessa.

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Si potrebbe parlare di trionfo della forma, ma con The Hateful Eight abbiamo davanti di qualcosa di estremamente maggiore: la forma è la sostanza, e per esserlo non ha bisogno che del cinema stesso. Come sempre dovrebbe essere, come dovremmo sempre ricordare e sentire. Verrebbe da citare per opposto Mad Max: Fury Road, per il quale vige lo stesso imperativo, ma costituirebbe mettere meccanicità ed umanità a confronto, effetti speciali ed epidermide. Ad unirli la “semplice” capacità di farci vedere, tra miliardi di schermi possibili oggi, quanto una serie di fotogrammi e suoni possa entrare direttamente nella testa senza bisogno d’altro, ed incollarcisi.

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The Hateful Eight è la summa (ma, si badi, non il capolavoro) del suo autore, della (non solo) sua concezione di cinema, dove teoria e pratica si comprimo fino a scomparire nell’inafferrabile sensazione del portento visivo, un film che si vorrebbe assorbire, con la sua immensa lucidità capace di oscurare altre decine di visioni.

Trailer di The Hateful Eight

Voto della redazione: 

5

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