Ritratto di Camilla Maccaferri
Autore Camilla Maccaferri :: 30 Agosto 2014
Al Pacino in Manglehorn

Recensione di Manglehorn di David Gordon Green con Al Pacino. Una brutta caduta per il regista americano e una prova d'attore spenta e stanca per Pacino, in Concorso a Venezia 71

C’era grande attesa al Lido per l’arrivo di David Gordon Green e del suo Manglehorn, grazie ai risultati positivi firmati dal cineasta americano, soprattutto il delicato Joe, visto l’anno scorso sempre in queste sale. C’era anche trepidazione per il ritorno di Al Pacino in un ruolo da grande protagonista drammatico: tutti gli elementi erano insomma favorevoli. La delusione dipinta sul volto di molti all’uscita dalla proiezione, però, non lascia dubbi: con Manglehorn Gordon Green ha firmato il suo film peggiore finora.

La storia di Angelo Manglehorn (Al Pacino), fabbro misantropo con un’adorazione per la sua gatta Fanny (decisamente la migliore in campo), fatica a decollare fin dalle prime battute, un accumulo di situazioni già viste sul solito anziano solitario e burbero che non va d’accordo con il figlio (Chris Messina) e rimpiange un amore perduto in maniera ossessivo-compulsiva. Ma con il procedere dei minuti, e lo scatenarsi delle ambizioni del regista, la situazione precipita irrimediabilmente.

Tocchi registici al limite del delirante (la sequenza del salone di bellezza), con un personaggio sopra le righe interpretato malissimo dal regista indie Harmony Korine, si alternano a momenti così zuccherosi da risultare diabetici, traghettando la barca (del film, ma anche quella di Pacino che inspiegabilmente trova un deposito per imbarcazioni nel bel mezzo dell’arido Texas in una delle sequenze più stucchevoli e insultanti per l’intelligenza di chi guarda) verso il ritrito naufragio finale dal simbolismo elementare. E infatti lo script è tanto ingenuo da risultare infantile, compresi gli sprazzi di poesia (il palloncino, il mimo) ricercati in maniera forzatamente ostinata.

Non va meglio per il cast, con una Holly Hunter sottotono e poco significativa, nei panni di una fragile donna invaghita di Manglehorn. Ma è Pacino a dare il peggio di sé: catatonico, legnoso, rallentato nei movimenti e nelle battute, sembra incarnare il ritratto della demenza senile più patetica. La scherzosa citazione da Scarface (“il mondo è tuo”, dice Manglehorn all’impiegato della banca) è una stilettata al cuore dello spettatore che, commosso e profondamente turbato, non può che assistere impotente alla caduta degli dei. 

Voto della redazione: 

2

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