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Autore Alessandro Tavola :: 4 Settembre 2014
Locandina "Pasolini" di Abel Ferrara

Recensione di Pasolini di Abel Ferrara con Willem Dafoe, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea – In Concorso Venezia 71: provando a dipingere PPP il regista newyorchese ci regala un’esperienza agghiacciante e fallimentare oltre qualsiasi previsione

Uno dei film più attesi in Concorso, il Pasolini di Abel Ferrara con Willem Dafoe, si rivela essere l'evento più mortificante di di questa Venezia 71 fino ad ora.

Sono anni che la carriera di uno dei più controversi autori statunitensi vacilla, tra realizzazioni imbarazzanti ed altre appena sufficienti, ma con Pasolini ci si ritrova davanti a qualcosa di mai visto prima. Il proposito è quello di raccontare le ultime ore di vita dello scrittore e regista, tra interviste, momenti privati, la presentazione di una nuova sceneggiatura a Ninetto Davoli e l’incontro con un ragazzo di vita che ha portato agli avvenimenti dell’idroscalo di Ostia.

Ovviamente lo scopo non è quello di tracciare una biografia classica, piuttosto di cogliere degli attimi, delle sfumature, condensandole in quell’ultimo giorno, ma ciò non avviene e bastano pochi minuti per sentire l’hype andare sotto zero, per rimanere stupiti da quel che sta accadendo sullo schermo.

Senza che vi sia traccia evocativa o fantasma, i pochi eventi vengono presentati uno dopo l’altro, intervallati da vedute pseudoturistiche di Roma ed allungati all’inverosimile, appresso a gesti quotidiani dilatati all’insopportabile. Il film sarebbe durato la metà degli ottantasette minuti effettivi, senza questi escamotage. Una ricostruzione da documentario di stampo televisivo low budget, oltretutto priva di coordinate, senza che vi sia la minima veicolazione di informazioni e con una recitazione da telenovela regionale, per un’esperienza visiva e narrativa agghiacciante. Delle idee e della forza delle parole, delle immagini e della personalità di Pasolini non c’è traccia, e neppure l’ispirazione. Sono due le interviste ricostruite nel film, e in nessuna di esse una frase o un gesto che riesca a rappresentarne un briciolo dell’impeto. Non un momento onirico o uno scontro, non un immaginario o un rimescolamento di elementi iconici. La tensione davanti alla morte imminente non c’è, Ferrara vagheggia, e in poco si sente la mancanza di qualsiasi elemento possa dirci o urlarci qualcosa, fosse anche una semplice sfilza di citazioni.

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Al di là di qualsiasi posizione, PPP rimane una delle figure più ingombranti del ventesimo secolo e sembra impossibile che un film su di lui si possa ridurre a questa stupefacente discarica audiovisiva. Uno spettatore a cui la sua figura non sia nota non riuscirebbe a trovare nulla nel film, se non l'esile storia (l’intreccio è arrabattato e scarno più di un riassunto da studente svogliato) di uomo che vive con la madre, sta montando un film porno e che la notte va ad appartarsi in macchina con i ragazzini. Chi invece fosse già a conoscenza di tutto, magari con ammirazione e studio alle spalle, potrebbe sentirsi insultato.

Un elenco dei difetti del film non avrebbe senso, non c’è niente che si salvi (tranne un minuscolo impeto di regia negli ultimissimi, ormai inutili, minuti) e tutto lascia a bocca aperta, sbigottiti. L’approccio di Abel Ferrara si rivela forse più goffo ed approssimativo che mai. L’andamento sfiora l’amatoriale, ed è evidente che il regista non ha idea di che cosa fare e si ritrova a mettere battute insignificanti in bocca agli attori e a piazzare cineprese dove capita, come se fosse afflitto da amnesia. Con Willem Dafoe sempre in posa con le dita alla fronte mentre ogni tanto spiccica qualche parola in italiano appaiono anche Mastandrea, Scamarcio e lo stesso Davoli, anche loro alla cieca. Il cast sembra essersi fidato di Ferrara, forse sperando in qualche exploit che non arriva mai. Il film scorre veloce perché non accade nulla; si tratta di una perenne attesa, ma l’autore newyorchese è del tutto smarrito, assente. Una povertà espressiva che non aveva mai dimostrato, quasi inspiegabile, nettamente indifendibile. Molto probabilmente in soggezione, Ferrara si deve essere ritrovato paralizzato, perché lo spirito pasoliniano è onnipresente nella sua filmografia fatta eccezione che per questo film alla soglia della catastrofe surreale, e la sensazione principale è quella di imbarazzo di fronte a tanta incapacità.

Pasolini sembra infine una punizione, sorprendente per quanto non riesca ad essere niente di ciò che potrebbe, senza valore biografico o registico, tantomeno informativo. Un film inesistente, quasi ingiudicabile, oltre qualsiasi idea di delusione ed il peggior risultato di Abel Ferrara di sempre.

Voto della redazione: 

1

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