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Autore Alessandro Tavola :: 1 Settembre 2015
Locandina di Southpaw - L'ultima sfida

Recensione di Southpaw - L'ultima sfida di Antoine Fuqua con Jake Gyllenhaal, Forest Whitaker, Rachel McAdams, 50 Cent: dalle luci del successo al buio delle palestre, una vicenda propositiva dove ciò che conta avviene lontano dal ring

Tra un Jake Gyllenhaal ancora una volta trasformista e le capacità di Antoine Fuqua alla regia, con Southpaw - L’ultima sfida il pugilato torna ad essere strumento ideale per un racconto questa volta del tutto propositivo e riflessivo.

Partiamo dalla vetta con Billy, campione dei pesi mediomassimi, per poi vederlo precipitare umanamente, affettivamente, economicamente. Se la causa scatenante di tutto ciò appare in un primo momento abbastanza forzata e come apripista di un turn-over violento, le intenzioni del regista si fanno subito chiare. Non è sullo sport, la rabbia, gli avvenimenti fuori controllo, il dramma, la vendetta o l’affermazione testosteronica che Fuqua pone il proprio interesse e il maggior controllo, ma sulla ricucitura dell’essere umano.

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Il contrasto e la connessione tra ricchezza e povertà assolute, la droga, gli inghippi dei manager, gli errori umani: tutti questi elementi sembrano esser presi dal regista e bollati con un «ovviamente», diventando semplici dati di fatto (si pensi a come la questione dei match truccati rimanga opaca e quasi tacita) con i quali l’interazione non è mai montata ad arte. Il regista di Training Day e The Equalizer non prova a strappare né lacrime né sorrisi, almeno non per sottrazione o intensità drammatica.

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Il protagonista di Southpaw, Billy “The Great” Hope (nomen omen) è privo di ogni maledettismo o bestialità e non ha le stigmate della disperazione e dell’espiazione, tantomeno confidenza con la solitudine. Nella semplicità del racconto, in quella dei vari azione-reazione, e nel suo stesso carattere (orfano, non troppo sveglio, poco colto) ogni piccola svolta si fa propositiva (non vengono mai reiterati gli errori) e graduale in un percorso di nascita e non di ri-nascita: non si tratta di un ritorno alla gloria, ma dell’ottenimento di qualcosa ex novo, in cui una sclerata di troppo non si ripete, la vendetta pura e semplice viene fermata e la nostalgia fa spazio al futuro, un futuro che non è di solitudine ma di famiglia.

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Quello di Jake Gyllenhaal è un personaggio del tutto costruttivo e positivo, privo di tracotanza. Vuoto, se vogliamo, quanto basta per poter accogliere il nuovo e da poter assorbire ogni lezione al primo colpo: i suoi allenamenti non sono alla Rocky, la sua rabbia non è quella di Toro Scatenato e lo sfondo affranto non è quello di Cinderella Man. Se nelle scene iniziali sono i momenti con la moglie Rachel McAdams, con la figlia Oona Laurence e con l’amico/manager 50 Cent a dare intensità alla vicenda, questi vengono sostituiti nella vicenda con quelli con Forest Whitaker e dagli sporadici incontri con la figlia concessi dagli assistenti sociali (tra le scene migliori), mentre al ring sono delegati la spettacolarità e qualche inevitabile simbolismo: è nei rapporti tra i personaggi che Fuqua fa convergere le forze e dove il film trova i propri momenti di luminosità, dove la linearità trova il proprio significato, dove pezzo dopo pezzo viene afferrata la vita.

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Mai troppo amaro o dolciastro, melenso o stucchevole, tutto Southpaw si muove verso ciò: verso la speranza, attraverso la rigenerazione e l’accoglienza; e l’interesse è per l’oasi e non per il deserto. Non buonista, e nemmeno ottimista: più che altro un piccolo incitamento al fare.

Trailer di Southpaw - L'ultima sfida

Voto della redazione: 

3

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