Ritratto di Simone Soranna
Autore Simone Soranna :: 23 Maggio 2015

A conti fatti, il concorso di Cannes 2015 è stato uno dei più deboli degli ultimi anni. Molte le attese deluse, pochissime le sorprese. “The Valley of Love” e “Chronic” non sono da meno

Gerard Depardieu e Isabelle Huppert in "The Valley of Love"

Al penultimo giorno di Festival e con un unico ultimo titolo ancora da valutare ormai possiamo affermarlo senza timore: il concorso di questa edizione è stato uno dei più deboli degli ultimi anni. Pochissime le sorprese valide e degne di nota, molte le attese deluse e la vacuità dei titoli dei grandi autori. Oggi sono stati presentati altri due lavori che confermano questa tendenza.

The Valley of Love di Guillaume Nicloux, con la coppia Depardieu-Huppert, vede al centro della vicenda due genitori divorziati che non si vedono né parlano da troppo tempo. La decisione del loro figlio di suicidarsi li costringerà inevitabilmente a riallacciare i contatti. Uno spunto forte e interessante ma lasciato del tutto a se stesso in un film privo di vere emozioni e costantemente piatto dal punto di vista stilistico. La poca retorica è abbondantemente rimpiazzata dalla visione metafisica e onirica che il regista restituisce alla vicenda. Ciò da un lato potrebbe per assurdo rendere le reazioni dei personaggi più umane e sincere, ma ben presto finisce per ridicolizzare il lavoro e sminuire notevolmente il risultato.

Chronic, invece, vede al centro un unico personaggio interpretato da Tim Roth, un infermiere che si occupa di pazienti molto gravi e in fin di vita ai quali dedica anima e corpo per provare a venire meno a un suo personale vuoto esistenziale. La regia adottata da Michel Franco prova a incatenare le vicende in inquadrature statiche e molto lunghe che restituiscono all’insieme un alone di impossibilità e impassibilità. Sono spunti interessanti quelli che propone la pellicola, ma dopo poco ci si accorge come le idee vengano sempre meno e il tatto umano sempre più subordinato a una furbizia compiaciuta che ricerchi la lacrima dello spettatore: gli ultimi venti minuti, ma soprattutto l’ultima inquadratura parlano chiaro su questo fronte.

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