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Autore Simone Soranna :: 9 Febbraio 2015

Dopo un inizio altalenante, in concorso alla Berlinale svetta l'ultima fatica di Pablo Larrain, "El Club", un film cupo, denso, teso e dai temi delicati, sapientemente diretto dal regista cileno

El club

Dopo un andamento piuttosto altalenante, il concorso della Berlinale alza notevolmente l’asticella con l’ultima fatica di Pablo Larrain, El Club.

Il regista cileno, già conosciuto per opere come Tony Manero, Post Mortem o il più recente No – I giorni dell’arcobaleno, realizza un’opera cupa e densa, da vedere e rivedere, capace di incollare lo spettatore davanti allo schermo e lasciare aperti numerosi spunti di riflessione. Tessendo una storia delicata e dai risvolti scottanti, sempre a rischio di giganteschi scivoloni che il film invece riesce a evitare sapientemente, Larrain si dimostra essere un regista intelligente, delicato e preciso ma allo stesso tempo cinico.

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El Club racconta di una piccola casa situata sulle coste cilene in cui vivono quattro preti allontanati dal mondo clericale poiché colpevoli di peccati ignobili. Lo sguardo imparziale dell’autore si respira lungo tutti i minuti di questo dramma in continua crescita che prova ad interrogarsi e interrogarci sul valore del perdono, sulla redenzione, sul cambiamento dell’uomo e sul rapporto tra vittima e carnefice. Il tutto senza mai scadere in scelte retoriche ed evitando facili attacchi contro la Chiesa sempre citata (e probabilmente vera protagonista della pellicola che usa la metafora del club per parlare del Club per eccellenza), ma mai completamente sotto accusa. A Larrain interessa l’uomo singolo, non l’insieme, in una continua ricerca tra bene e male, tra luci e ombre (impresse anche in uno stile fotografico così bipartito) tra presente e passato con cui tutti prima o poi dobbiamo fare i conti.

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Arricchendo il tutto con un umorismo nero sottile ma tagliente, il regista firma la sua opera più riuscita e matura, nonché uno dei migliori titoli passati in rassegna qui alla Berlinale, capace di regalare momenti di grande cinema, come la lunga sequenza finale dal montaggio alternato serrato e coinvolgente, aiutato anche dalla buona prova recitativa dell’intero cast.

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