Ritratto di Ilaria Floreano
Autore Ilaria Floreano :: 17 Settembre 2014

Ha appena rivissuto l'emozione del red carpet al Festival di Venezia Anna Ferruzzo, grazie al film di Francesco Munzi "Anime nere". L'attrice, con una grandissima esperienza alle spalle, è ormai a un passo dal raggiungere la grande notorietà popolare

Anna Ferruzzo

Occhi scuri che ridono, corti capelli ondulati a incorniciare un viso dalla bellezza antica, figura elegante. E quella voce calda e avvolgente che ha conquistato più di un regista e altrettanti spettatori: Anna Ferruzzo, nata a Taranto nel 1966 sotto il segno dell'Acquario, è attrice di teatro – dove lavora, tra gli altri, con Renato Carpentieri, Giancarlo Sepe, Massimo Wertmüller – che debutta al cinema nel 2000, accanto a Paolo Villaggio, in Azzurro. Il passaggio alla settima arte si rivela felice e fecondissimo: in poco più di un decennio gira 18 pellicole, dall'esordio alla regia di Kim Rossi Stuart Anche libero va bene a Marpiccolo di Alessandro Di Robilant, da Il miracolo di Edoardo Winspeare a Pulce non c'è di Giuseppe Bonito, passando per Cado dalle nubi accanto a Checco Zalone e Si può fare l'amore vestiti? con Bianca Guaccero e Corrado Fortuna. Nel film-caso Anime nere, l'ultimo ad annoverarla tra i protagonisti accanto a Barbora Bobulova, interpreta Antonia, la moglia del pastore calabro e resiliente Luciano, che diversamente dai fratelli cerca di tenersi in disparte dalla malavita.

Noi l'abbiamo incontrata – per chiacchierare di cinema, teatro e molto altro – qualche ora prima che la notizia della partecipazione al festival di Anime nere fosse svelata.

Anna Ferruzzo, parliamo di te.
Sono una donna fortunata, perché faccio il lavoro che amo e che non avrei mai pensato di poter fare. La mia famiglia non è mai stata legata a questo ambito professionale, sono nata e cresciuta in una città piena di difficoltà come Taranto. Questa possibilità me la sono costruita un pezzetto alla volta, con tanta pazienza, senza crederci troppo. Il caso mi è venuto spesso incontro. Ho cominciato a fare teatro a 17 anni, perché la mia insegnante di italiano mi diceva sempre "Che bella voce che hai, Anna" e mi spronava a leggere Dante alla classe. Mi ha regalato la mia prima tessera teatrale e grazie a lei ho scoperto il teatro: in scena, quella prima sera che ci andai insieme alla professoressa, c'era Anna Proclemer e io mi innamorai del palcoscenico, della possibilità di comunicare in un altro modo, un modo a me fin lì ignoto. Il teatro è stata la cura per la mia anima. Prima del cinema, prima della televisione. Quando ho iniziato ero timidissima, piena di complessi, un disastro. Ma recitare sul palco, a contatto con il pubblico, mi è stato di aiuto, di conforto. Il teatro è stato il mio amico, il mio fidanzato, la mia famiglia. Ho fatto tanti spettacoli, tanto teatro per ragazzi con compagnie pugliesi, ho viaggiato molto. Poi è arrivato il cinema, così, all'improvviso, non me lo aspettavo né tanto meno lo cercavo. Edoardo Winspeare è venuto a vedere uno spettacolo a Gioia del Colle, era uno spettacolo sulla Shoah molto impegnativo di cui ero la protagonista. Edoardo mi ha aspettato alla fine dello spettacolo e mi ha detto: "Io sono Edoardo Winspeare, sto per girare un film a Taranto e se la produzione non mi impone il cast, per me la parte è tua". Io non ci credevo e non ci ho creduto sino a quando non mi ha fatto un provino fotografico. Dopo due mesi mi ha confermata, ancora non sapevo bene cosa avrei dovuto fare. È stata un'esperienza meravigliosa perché Edoardo è una persona splendida. Sono entrata nel cinema dalla porta principale: con il film di Winspeare siamo andati a Venezia in concorso! La prospettiva si è modificata d'un tratto: ero felice anche prima, perché non conoscevo le alternative... A quel punto, era il 2001, mi hanno detto che non potevo continuare a stare a Taranto, dovevo provare a stare a Roma, conoscere persone, aprire nuove porte...

È fondamentale farsi conoscere, in questo lavoro.
Sì, anche tramite un'agenzia. All'epoca mi sono affidata alla Carol Levi, che mi scelse e mi "adottò". Da quel momento è partito un nuovo percorso, sempre pieno di difficoltà. Per un attore la vita è fatta al 90% di delusioni... Io però, ripeto, mi reputo una donna fortunata, perché dopo le scottature, come un premio dall'alto, mi arrivano poi un bel film, un bello spettacolo, ogni tanto anche un bel ruolo in televisione.

Cosa cambia tra la recitazione in teatro e la recitazione per il cinema?
C'è un mondo tra le due. Sono in egual misura meravigliose e affascinanti, ma il teatro è un viaggio straordinario da cui nessuno può distrarsi, in cui l'attore può concedersi il lusso di entrare in scena ed essere solo con se stesso e, nello stesso tempo, insieme a tutti. Non c'è l'ansia del truccatore che deve truccarti, della parrucchiera che deve sistemarti i capelli, della sarta che deve stirare il tuo vestito prima del ciak... Nessuno ti può interrompere e il flusso di energia con il pubblico è tale e continuo che tu, alla fine, esci assolutamente scarico da uno spettacolo. Il set è diverso, è più stressante, perché spesso la stessa scena dev'essere ripresa da diverse inquadrature. Ci sono scene difficili, come quelle in cui devi piangere o ridere: mantenere la naturalezza per 15, 20 ciak, quando ridi o piangi, è arduo. In altri casi, al contrario, i soldi sono pochi e il primo ciak dev'essere buono: anche questa è una difficoltà.

Hai un metodo?
Il mio metodo lo chiamo memoria emotiva, ma ognuno sceglie il suo. Io negli anni ho maturato questo e devo dire che funziona: ognuno di noi ha, al suo interno, un bagaglio di esperienze al quale continuamente attinge. Il mio è molto vasto, nel bene e nel male, e mi torna spesso utile per preparare una parte.

È un lavoro continuo su te stessa: ricordarsi delle proprie emozioni e replicarle non dev'essere semplice.
Infatti non lo è, ma è un processo catartico ed è anche per questo che mi piace il mio mestiere. Perché così facendo non dimentico mai chi sono, non dimentico mai da dove vengo, anzi tutto quello che sono, le esperienze da cui provengo, cerco di riversarli nel personaggio. Mi considero soddisfatta del lavoro che sto facendo solo quando, rivedendomi, rivedo la verità che volevo comunicare. Per me il cinema è questo. E anche a teatro cerco di andare al di là del metodo, della tecnica, del "portare la voce". Per me è secondario rispetto alla verità dell'emozione che rimando. Per cui, ecco, se c'è una tecnica è quella del pensiero, dell'emotività, del ricordo e dell'evocazione dei miei sentimenti.

All'inizio dell'intervista hai detto che il tuo percorso è stato casuale, coadiuvato da una buona dose di fortuna, però se dovessi consigliare a chi vuole intraprendere lo stesso percorso cosa ti senti di dire? Quali sono le mosse che uno può fare, e quali invece è meglio evitare?
Studiare. Studiare sempre. Io non ho potuto permettermi di fare solo questo lavoro. Ho fatto mille lavori contemporaneamente a questo. E contemporaneamente a un lavoro in negozio mi pagavo il corso di dizione o il corso tenuto da un'attrice di cui ammiravo il lavoro. Guardavo, soprattutto, ascoltavo, imparavo.

Sono utili i corsi?
Dipende dallo spirito con cui li affronti: se credi che basti presentarti per imparare a recitare no, non servono. Quando segui un corso devi carpire i gesti, i dettagli, capire quello che puoi dare in scena. E lo puoi fare confrontandoti con persone che ne sanno più di te. Prima di tutto, confrontarsi con chi lavora nell'ambiente ti permette di capire se sei portato per questo mestiere. Di persone che ci provano e non hanno talento ne vedo tante, e altrettante che invece il talento ce l'hanno. La cosa più importante resta l'umiltà: se c'è un consiglio che posso dare è lavorare con umiltà, seriamente, ma senza prendersi troppo sul serio.

Secondo te si può cominciare in qualsiasi momento della propria vita, oppure è decisivo iniziare presto?
Io ho conosciuto un grande attore, Renato Carpentieri, che ha fatto l'architetto fino a 41 anni. Poi ha scoperto la passione per il teatro e ha cominciato una vita nuova. Ha fatto le cose che sappiamo (Il portaborse, Caro diario, Puerto escondido, Morte di un matematico napoletano, Noi credevamo, nda) io stessa ho lavorato con lui. La sua storia, per me, è emblematica di come il teatro possa essere una cura dell'anima a qualsiasi età. Io credo che bisognerebbe fare corsi di teatro a scuola, perché per i bambini il contatto con gli altri è fondamentale. Il teatro altro non è che uno spazio sicuro, protetto, all'interno del quale puoi permetterti di giocare. Ed è un lusso che noi, in questo tempo frenetico di consumismo e stupidità, non possiamo più permetterci. Il palco, invece, è un luogo nel quale puoi continuare a divertirti e a coltivare le emozioni e i desideri.

Tu sei anche doppiatrice.
Sì, ho fatto anche doppiaggio.

Com'è, invece, il mondo del doppiaggio?
Io mi ci sono avvicinata per caso. Avevo accompagnato il mio compagno a fare un provino. La direttrice del doppiaggio, sentendo la mia voce, mi dice "Ma tu sei un'attrice? Che bella voce, fai un provino!". Per me era la prima volta, ma vinsi il provino. Era un ruolo importante in una fiction con Alessandro Preziosi e Violante Placido. Loro erano i protagonisti italiani. Poi c'erano i due protagonisti francesi, io doppiai la donna, il mio compagno venne scelto per l'uomo. Così mi sono ritrovata di fronte questo mondo che è diverso, molto tecnico, ma che secondo me ogni attore dovrebbe sperimentare perché insegna altre cose.

Per esempio cosa ti insegna?
Il controllo sulla voce, o che puoi riprodurre semplicemente con un verso qualcosa che, invece, associata a un'altra immagine, evoca il pianto o il riso. E non è necessario che tu pianga o rida realmente. Per me era impensabile. Penso che un attore debba saper fare tutto, e siccome capita alle volte di doversi auto-doppiare più si arriva preparati meglio è.

Se dovessi consigliare una scuola o dei corsi, sia di recitazione, dizione, ed eventualmente doppiaggio?
Se avessi potuto avrei fatto il Centro Sperimentale di Cinematografia. Però: la tradizione della commedia dell'arte mutuata dalle scuole italiane è un lascito prezioso che può diventare un fardello. Quando devi affrontare il cinema non è richiesta una teatralità così esagerata. Perciò credo che il talento vada coltivato anche partecipando a corsi di attori che ti interessano, oppure seguendo lezioni nelle scuole, ma come auditori. Io il corso di cinematografia lo farei anche adesso, alla mia età! Credo che ci sia sempre qualcosa da imparare.

Ultima domanda: che prospettive vedi per il cinema italiano?
Bella domanda... Non è una situazione facile, molto spesso mi capita di lavorare, per quanto riguarda il cinema soprattutto, in produzioni indipendenti, dove con un budget risicato si deve riuscire a portare a casa un risultato. Alle volte viene bene, alle volte è evidente che la produzione era minima. È poi difficile perché i cast sono spesso chiusi, è il motivo per cui le facce che girano sono quasi sempre le stesse. Ma anche in questo mi reputo fortunata, o forse ho la faccia o la preparazione giusta: ci sono registi che mi scelgono a prescindere dai cast predefiniti. È una fortuna avere qualcuno che crede in te... Fortuna, faccio tanti di quei provini!

In effetti, la fortuna ce la si crea, anche.
Ultimamente, per esempio, ho avuto la grande fortuna di lavorare di nuovo con Francesco Munzi. Ho girato con lui Anime nere ed è stata una grandissima soddisfazione, è un film importante. Tra pochi giorni inizia Venezia e... Ma non posso parlare, per scaramanzia.

Allora in bocca al lupo Anna, e grazie.
Crepi! Grazie a te.

(intervista raccolta il 23 luglio 2014)

 

 

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