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Autore Pierre Hombrebueno :: 3 Settembre 2014
Fires on the Plain (Nobi) di Shinya Tsukamoto

Recensione di Fires on the Plain (Nobi) di Shinya Tsukamoto: L'autore giapponese attraversa le ossessioni visive / stilistiche di tutto il suo cinema e ci regala un Greatest Hits che sa di lisergica allucinazione. In Concorso a Venezia 71

Diversi capolavori alle spalle e l’innegabile status di regista cult, Shinya Tsukamoto rientra a pieno diritto nella sacra trinità della pazzia giapponese con Sion Sono e Takashi Miike, autori con cui condivide il delirio e la libertà creativa, l’adrenalinica passione nevromantica e le tachicardie esistenziali. Sarà anche per questo che il cineasta ha deciso finalmente di concedersi un Best Of, un’opera che possa raccogliere il meglio del proprio stile e delle proprie ossessioni visive. Poco conta che il film sia stato tratto da un romanzo (tra l'altro già trasposto da Kon Ichikawa nel '59): la sensazione nel vedere Fires on the Plain (Nobi) è quella di un Greatest Hits, un lavoro che non aggiunge nulla al percorso del regista, ma che piuttosto lo celebra con gustosa energia, tramite la storia di un soldato disperso nelle foreste filippine durante la Seconda Guerra Mondiale.

D’altronde, è facile leggere la pellicola in questo modo: il soldato è il regista, e la foresta il tormento e l’incubo in diretta di tutto il suo cinema. Da qui parte il viaggio psicotico tra i propri fantasmi ed evocazioni, come in una sorta di auto-esorcismo in cui si manifestano, con devastante ansia, i propri incubi che noi chiamiamo filmografia. Fires on the Plain come seduta di terapia intensiva da parte di un artista che nel corso della sua carriera ha maciullato carne ed ectoplasmi, violenza sensoriale e brutali cicatrici: inevitabile rimanere traumatizzati e posseduti, cercasi potente sacerdote al più presto.

Ed è ancora un’indelebile emozione rivedere tutti gli espedienti formali più tipici e unici dell'autore, quel bombardamento furioso del montaggio che parte dal ritmo videoclipparo per poi farlo esplodere dall’interno, in una folle frantumazione di quadri e raccordi, di spazio e tempo. E le scene di sanguinosissimo splatter, che qui sono addirittura moltiplicate per gli standard del regista, tra corpi in putrefazione ed esplosioni belliche, cineprese calpestate e menti collassate in cerca di una direzione impossibile da trovare perché, rammentiamocelo, il cinema è un meraviglioso labirinto in cui perdere sè stessi; sullo sfondo, un soffocante senso di ansia accompagnata da urla stordenti, di quelle che entrano nelle orecchie ma che poi passano fra le budella senza uscire più.

In Concorso al Festival di Venezia 2014, Fires on the Plain potrà anche non aver detto qualcosa che già non sapevamo di Shinya Tsukamoto, ma di certo ci ha grandiosamente ricordati perché lo amiamo tanto.

Voto della redazione: 

4

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