Ritratto di Simona Carradori
Autore Simona Carradori :: 30 Marzo 2017
Ghost in the shell

Rupert Sanders realizza un gioiello visivo incapace di sfruttare al meglio il prezioso materiale messo a disposizione dalle opere originali, accontentandosi di rimanere nei confini dell’action-movie godibile anziché guardare oltre

La trasposizione cinematografica di un’opera, che sia letteraria, teatrale, o come in questo caso grafica e d’animazione, è un lavoro che si porta dietro innumerevoli compiti scomodi, come quello di comprimere, riformulare e spesso mutilare un prodotto per adattarlo ai tempi del grande schermo. Un piccolo prezzo da pagare per avere la possibilità di dare alla suddetta opera una nuova forma, un’identità rinnovata che trova espressione nell’immediatezza del linguaggio cinematografico. Ciò che sopravvive, ed è auspicabile sopravviva in questa operazione, è l’essenza stessa del prodotto originale, e quando ciò non avviene, il risultato non può che essere deludente o quantomeno inconsistente.

Il problema di Ghost in the Shell è sostanzialmente questo, l’aver snaturato ed infine alterato la filosofia su cui si basava il film d’animazione di Mamoru Oshii, nonché il preesistente manga di Masamune Shirow. Il lungometraggio di Rupert Sanders è privo del significato delle opere precedenti, dalle riflessioni sulla natura dell’uomo fino al concetto stesso di vita, che vengono qui ridotte ad una mera crisi esistenziale della protagonista, il Maggiore, non completamente macchina e non completamente umana, che nel corso della vicenda si interrogherà spesso sulla sua reale natura. Un tentativo apprezzabile di ricalcare la filosofia del franchise, ma di fatto insufficiente, perché contribuisce ad aprire le porte ad approfondimenti che nel corso della pellicola verranno poi a mancare. La sceneggiatura sceglie di prendere vie nuove e decisamente più lineari rispetto al plot originale, tuttavia, anche volendo evitare il confronto con quest’ultimo, risulta piuttosto debole e inconsistente, senza apportare alcuna variazione decisiva ai temi dell’uomo-macchina, dei ricordi artificiali e della solitudine del diverso.

Parlando invece di impatto puramente visivo, questo Ghost in the Shell è forse uno dei migliori film di fantascienza realizzati negli ultimi anni, e centra appieno l’obiettivo di ricostruire un’estetica cyberpunk che a partire dai costumi fino ad arrivare alle ambientazioni, riesce a lasciare senza fiato anche lo spettatore più pignolo. Un lavoro mostruoso di CGI nei palazzi, nei vicoli, negli ologrammi che dominano la città e soprattutto nelle sequenze fedelmente riprodotte in omaggio al film d’animazione, che in questo adattamento live-action diventano un vero e proprio spettacolo per gli occhi.

Nonostante le enormi critiche al cast, le performance degli attori non deludono quasi mai, e sono forse uno dei maggiori punti di forza della pellicola, ad iniziare da quella di Scarlett Johansson, che si amalgama senza troppe difficoltà – e per l’ennesima volta – ad un mood sci-fi che sembra quasi esserle stato cucito addosso.

Parafrasando lo stesso titolo del franchise, ci troviamo di fronte ad una sorta di “shell” (l’involucro, il corpo) privo di “ghost” (l’anima, l’essenza), un gioiello di estetica che non ha saputo sfruttare al meglio il prezioso materiale messo a disposizione dalle opere a cui si ispira, accontentandosi di rimanere nei confini dell’action movie godibile anziché guardare oltre. A questo proposito il finale del film sarà tristemente ironico. 

Trailer di Ghost in the Shell

Voto della redazione: 

2

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