Ritratto di Annamaria Scali
Autore Annamaria Scali :: 4 Febbraio 2015

Recensione di The Iceman: Michael Shannon è Richie Kuklinski, omicida statunitense degli anni Settanta rimasto impunito per oltre trent’anni. Vromen inquadra i demoni di un uomo contorto e letale, il cast è ottimo, ma il film non risveglia il dramma

Nel malavitoso circolo italoamericano dove Richie Kuklinski fece carriera era chiamato “Il polacco”, per via delle sue origini o, forse, per il gelo con cui era capace di fissare una canna di pistola piazzata davanti al naso senza battere ciglio. Richie non era qualcuno a cui chiedere paura, non temeva le conseguenze e non ha mai conosciuto la pietà. Ciò che ha conosciuto bene sono invece le bastonate paterne della sua infanzia, due genitori alcolizzati e le continue vessazioni su di sé e sui suoi fratelli con cui ha condiviso l’insegnamento alla violenza (si pensa che a uccidere il figlio maggiore sia stato proprio il padre).

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A cinque anni di distanza dal primo tentato biopic (Toronto Film Festival 2010: si annuncia l’adattamento per mano dell’American History X David McKenna che non avrà mai seguito) Ariel Vromen firma la storia vera di uno dei killer più lugubri degli Stati Uniti. Ispirata dalle interviste raccolte nel documentario di James Thebaut del 1992 (Confessions of a Mafia Hitman) e basata sul libro The Iceman: The True Story of a Cold-Blooded Killer scritto da Anthony Bruno.

Scavo intimista, lettura di una scia di cadaveri lunga trent’anni e indagine su un’implacabile disumano esecutore: The Iceman è il sangue congelato, è il buio dentro, è la morale asfittica di una rabbia incontrollabile. Vromen ne assembla la hybris in un cupo e feroce gangster movie, dentro il quale a rispondere con bravura alla disfunzionalità della vicenda è soprattutto il cast. Michael Shannon completa un’interpretazione di finitura, di depressione emozionale e composta, terrorizza con un sorriso più che con qualsiasi arma. Kuklinski vive un conflitto identitario, si nasconde dentro un falso lavoro e tenta la redenzione, (re)inventandosi marito attento e padre amorevole, ma la sua è implosione pura, contraddizione straripante. Manda le figlie alla scuola cattolica, ma non ha fede, uccide senza fare domande, ma punisce chi ammazza donne e bambini. È un’esistenza in esilio, dissociata, contorta e impenitente, tenuta in piedi dall’odio per il genere umano e sostenuta da Quei bravi ragazzi redivivi in Ray Liotta e “velenosissimi” in Chris Evans.

The Iceman incanala questa guerra psicologica, pietrificandola negli occhi di Kuklinski e accennandola nel tracotante tremolio delle sue labbra. Non si può dire che Vromen non abbia “studiato” il suo protagonista, che non sia stato persino affascinato dalla sua inaccessibilità, dai suoi demoni e dal suo dualismo docile e feroce, ma il film è adagiato su un lato dimesso che non suscita vero dramma. Colpa di verità sadiche troppo nascoste, di una filosofia del crimine di cui si avverte poco la minaccia e di un’efferata evoluzione che genera scarsa curiosità. Le musiche di Haim Mazar plasmano l’ossessione omicida e riemerge Winona Ryder con impegno genuino, ma il film è Shannon: confessione sociopatica, tensione letale e sguardo fisiologico del male.

Voto della redazione: 

3

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