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Autore Alessandro Tavola :: 13 Novembre 2014
Locandina di Il Leone di vetro

Recensione di Il Leone di vetro di Salvatore Chiosi, con Andrea Pergolesi e Christian Iansante: totalmente privo di cognizione di causa, un audiovisivo dai risultati imbarazzanti e alla soglia dell'ingiudicabile

Il Leone di vetro di Salvatore Chiosi, con Claudio De Davide e Christian Iansante, è in grado di fare tabula rasa di qualsiasi parametro di valutazione.

Al di là dei criteri, un film dovrebbe ad ogni modo essere trascinante verso una sensazione (di repulsione quanto di attrazione). Ma è quando un’opera sembra priva di qualsiasi connotazione tanto da non riuscire nemmeno a considerarla tale che iniziano i veri tormenti.

Il fatto è che, anche senza un briciolo di supponenza, Il Leone di vetro è, prima di tutto sotto il profilo tecnico, alla soglia dell’ingiudicabile. La regia di Salvatore Chiosi – qui all’esordio, con alle spalle diverse produzioni tv come assistente – non riesce a fare nulla più che portare avanti la vicenda, dando un taglio (o, meglio: un non-taglio) sub-televisivo, capace di sfigurare anche affianco agli automatismi delle tanto bistrattate fiction nostrane. Se la fotografia si mostra ricercata ma succube della digitalità delle immagini, il resto è fermo ad un punto zero assimilabile più al “portato a casa” che a qualsiasi altro scopo: il risultato è quello di un imbarazzante alone di atemporalità, come di uno sceneggiato degli anni settanta realizzato con i mezzi d’oggi e con una mancanza di senso cinematografico sbalorditiva, totalmente privo di cognizione di causa sotto tutti gli aspetti, rendendo di fatto Il Leone di vetro un film non esistente.

La vicenda, a cavallo del plebiscito d’annessione del Veneto del 1866, si porta dietro un bagaglio di ottime intenzioni che rimangono parole mal recitate, attraverso la perpetua sensazione di star assistendo a spezzoni di prove teatrali poi montate in modo da funzionare come un patema elementare e nulla più. La mescolanza insistita di politica ed economia rimane difatti l’unico elemento nobilitante (nonostante i suoi legami con il presente siano tanto ingombranti quanto mal calibrati), ma ogni cosa puzza di copione e qualsiasi cenno di buona interpretazione finisce relegato sotto l’esilità della realizzazione, più dalle parti delle ricostruzioni dei documentari storici del piccolo schermo (che nulla chiedono se non il farsi accettare come veicolo di informazioni) che da quelle della goffaggine vera e propria (ma almeno capace di dare il sentore di trovarsi davanti ad un qualche esempio di cinema).

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Come fosse un lezione di solfeggio (audiovisivo) fatta senza ragione su un grande palco, Il Leone di vetro è tra i pochi in grado di portare alla più inutile delle domande – «Com’è potuto accadere?» - e alla più insopportabile delle considerazioni: «Che spreco ingiustificato di mezzi».

Trailer di Il Leone di vetro

Voto della redazione: 

1

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