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Autore Alessandro Tavola :: 16 Dicembre 2015
Locandina di Il ponte delle spie

Recensione di Il ponte delle spie di Steven Spielberg con Tom Hanks, Mark Rylance, Alan Alda: un’opera macchinosa di stampo esasperatamente classico in cui il regista non riesce a trasformare in modo adeguato il materiale dei fratelli Coen

Con Tom Hanks protagonista assoluto e una sceneggiatura firmata (anche) dai fratelli Coen, Il ponte delle spie segna il ritorno di Steven Spielberg alla regia e purtroppo continua il periodo poco ispirato ed insieme ben connotato dell’autore di Indiana Jones e Schindler’s List.

Il regista di Cincinnati continua il suo filone storico  iniziato con War Horse e proseguito con Lincoln, realizzando anche questa volta un’opera di stampo esasperatamente classico che si colloca in termini di coinvolgimento ed impatto emotivi a metà tra gli altri due per come mescola necessità storica, urgenza narrativa e romanticismo in modo diseguale e mai con completa determinazione.

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Se da un lato abbiamo personaggi descritti con accuratezza ed incisione e una ritmica netta, la sceneggiatura nel complesso risente dell’impronta innascondibile, incancellabile e – ad un certo punto – inutilizzabile dei fratelli Coen. In Il ponte delle spie abbiamo ben più che avvisaglie della loro visione narrativa, e Spielberg non riesce a darci un’atmosfera che realmente trasformi quel materiale. La pellicola appare così snaturata, con un duo di scrittori che non riesce a rinunciare alle sue circolarità, alla propria ironia coriacea, al proprio feticismo per le idiosincrasie e per i tic, e un regista la cui visione si ridimostra poco adatta a certe sfumature del reale, come se quest’ultimo lo affrancasse dal creare per immagini per invece semplicemente utilizzarle con disincanto e macchinosità.

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Di geometrie “complesse” del racconto e di personaggi “adulti” Spielberg non ha mai avuto bisogno e probabilmente non ne avrà mai. L’addizione con Joel e Ethan Coen non ha funzionato, ma probabilmente la questione è più profonda e radicale, legata al desiderio di una semplicità classica di cui però il regista non sa disporre a piene mani, in un panorama ben abitato (Clint Eastwood, Ron Howard, per fare nomi arcinoti e di ovvia garanzia) rispetto al quale risulta essere, duole dirlo, in questo momento inadeguato.

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Così con Il ponte delle spie Spielberg si mette nuovamente da parte e si gode, una volta di troppo, la purezza dello storytelling e della cronaca, dandoci un film da vedere e metabolizzare in tutta fretta, bolso e denso quanto privo di importanza e di evocazioni determinanti.

Trailer di Il ponte delle spie

Voto della redazione: 

2

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