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Autore Camilla Maccaferri :: 6 Ottobre 2014
Locandina di Joe

Recensione di "Joe" di David Gordon Green, con Nicolas Cage. Umanità ai limiti del bestiale, in precario equilibrio fra la redenzione e la condanna

Dopo il parziale insuccesso di critica del suo ultimo Manglehorn, in concorso a Venezia 71, arriva nelle sale David Gordon Green con il suo Joe, per uno strano caso del destino concorrente alla scorsa edizione della kermesse veneziana.

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Tratto dall’omonimo romanzo del 1991 di Larry Brown, il film racconta la vita di Joe Ransom (Nicolas Cage), solitario ex-galeotto, un’esistenza miseranda tra un lavoro stagionale nei boschi, squallidi bar e qualche incontro sessuale a pagamento: unica sua consolazione, l’affetto del suo bulldog. Quando all’improvviso compare il disadattato Gary (Tye Sheridan), adolescente con famiglia disfunzionale tipicamente white trash (padre alcolista violento, madre vittima dell’ignoranza, sorellina muta e asociale), il triste mondo di Joe viene sconvolto: i due intrecceranno un’amicizia che assomiglia da vicino a un rapporto padre-figlio. Ma il dramma è dietro l’angolo.

Nel Texas desolato dei pick-up arrugginiti e della birra Pabst Blue Ribbon in grosse latte da bersagliare con il fucile una volta vuote, si delinea questa tragica storia di umanità putrescente e priva di ogni senso della moralità, raccontata con solida mano registica da David Gordon Green. La performance di Nicolas Cage, attore-meme della 2.0 generation, stupisce per compostezza e sobrietà nel ritrarre la disperata solitudine di un uomo ai margini del nulla, appeso con le unghie e con i denti all’ultimo brandello di pietas che gli resta. Bravo anche il giovane Sheridan (già visto in The Tree of Life) nel rispecchiare, con il suo corpo di nervoso quindicenne, il ricordo di quello che Joe era stato, prima della corruzione, e nell’incarnare la speranza della possibilità di un futuro diverso.

Una lotta all’ultimo sangue tra l’uomo e la sua belva interiore, immersa nell’agghiacciante vuoto della pianura americana più povera, di soldi e di sentimenti, un David Gordon Green in forma smagliante e un Nicolas Cage forse mai visto prima, tanto intenso è il suo Joe, seppur raccontato con asciuttezza, senza mai avere bisogno di andare sopra le righe. A un’opera del genere, dura e delicata al contempo, si può perdonare anche qualche leggerezza, la deriva un po’ retorica di un finale forse telefonato e qualche eccesso di forma e sostanza, specialmente nel delineare i personaggi secondari, un po’ troppo sbozzati e unilaterali per essere veri, soprattutto il bieco villain (Ronnie Gene Blevins) e il padre ubriacone (Gary Poulter). Curiosità: Poulter era un vero homeless, alcolista e bipolare, che annegò in seguito a un’intossicazione da etanolo pochi mesi dopo il termine delle riprese. Un bel salto, da Strafumati (2008) a Joe, passando per l’Orso d’argento di Prince Avalanche (2013) per il regista dell’Arkansas, che rende ancora più cocente la delusione per l’ultimo film: ma continuiamo a essere speranzosi e ci auguriamo che la carriera di Gordon Green sia più nel segno di Mr. Ransom e meno in quello di Mr. Manglehorn. 

Trailer di Joe

Voto della redazione: 

3

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