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Autore Alessandro Tavola :: 28 Agosto 2014
La vita oscena

Recensione di La vita oscena di Renato De Maria, con Isabella Ferrari e Clément Métayer - Sotto un getto visionario e allucinato senza pause o concessioni, una voce di troppo lava via tutto. Orizzonti, Venezia 2014

La vita oscena di Aldo Nove diventa un film per mano di Renato De Maria (Paz!, La prima linea) ma l’adattamento, scritto dal regista e dallo stesso autore, ha il sapore e la velocità di una sorsata d’acqua corretta con una dose nemmeno troppo bassa di allucinogeni. Racconto autobiografico, di formazione e di distruzione, di risurrezione e di riscoperta, attraverso i vari stadi del nulla, che riesce a confrontarsi coi canoni, ma non a superarli, nonostante la volontà ci sia tutta.

Attraverso l’occhio e la voce narrante del protagonista s’inseguono i malumori potenziati dalla tristezza cosmica, dal mal de vivre disincrostabile. Il flusso visivo è unico, è un getto allucinatorio senza pause e senza concessioni. Quella di De Maria è la ricerca di una densità che tenga con la testa capovolta per novanta minuti, in costante nervosismo strafatto, malinconico, nero, suicida. Il non fermarsi mai del cervello che va a sbattere nei ricordi, nell’onirico d’ogni sorta, nel volto incorreggibilmente preso a male di Clément Métayer, è ciò che riesce meglio, compresso nella durata esigua della pellicola.
Una mummia blu, i genitori incellophanati, lo skate per le vie di Milano, una lunghissima pista di cocaina, un bacio rubato male. Il sussulto costante non sbava mai fuori dai margini e il regista riesce veramente a negare l’idea di una salvezza fino all’ultimo. Isabella Ferrari è sempre Isabella Ferrari (vale a dirsi: la depressione tout court) e riesce a sguazzare nella vicenda, a stremare qualsiasi ottimismo. La colonna sonora si impone, corre insieme alle scene: si affonda come si deve, tutto secondo copione junkie-pestato-pessimista, aspettandosi qualunque finale.

E sarebbe stato ideale se ci fosse stata solo lei, la musica, perché in modo quasi eccezionale - visto che solitamente è ciò che salva - è la voce narrante a dare il peso, lo sbuffo, l’accanimento, accedendo la spia d’allarme riguardante il ridicolo involontario (che comunque non viene raggiunto), rendendo tedioso ciò che poteva essere (almeno) una trainspottingata dalle ossa indolenzite, con la sua cantilena straziata e ripetitiva che, come per magia, piuttosto che aggiungere, taglia via informazioni ed abbatte la forza delle immagini, ricordando un “pensierino” delle elementari o delle medie più di qualsiasi altra cosa.
Così l’autodistruzione sembra diventare un capriccio, lo smarrimento un vizio, e la noia viene snobilitata. Il protagonista sembra lontano da ciò che narra, sembra quasi non essersene accorto, sembra continuamente ricordare allo spettatore che quello a cui sta assistendo è solo rabbia infantile da non prendere troppo sul serio. Ad ogni sussulto visivo corrisponde un commento demolitore di qualsiasi pathos. Un enorme difetto di fabbricazione.

Trailer di La vita oscena

Voto della redazione: 

2

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