Ritratto di Rosa Maiuccaro
Autore Rosa Maiuccaro :: 31 Agosto 2014

Con ben due film all’attivo, il mitico Al Pacino è sbarcato al Lido come ospite d’eccezione della Mostra del Cinema di Venezia, mostrandosi pimpante e aperto al dialogo anche su temi delicati come la depressione

Al Pacino al Festival di Venezia 2014

A Venezia non si attendeva altro che lui ed Al Pacino è finalmente arrivato. Con un sorriso sgargiante si è presentato all’incontro con i numerosi fan, gli assatanati fotografi e una caterva di giornalisti appostati ovunque. Lui si è detto immediatamente felice di essere in Italia, un paese che ama e che ritiene a tutti gli effetti la sua patria. L'Actors' Studio, di cui oggi è direttore, sono stati il nostro primo elemento di discussione. “La cosa che mi piace di più dell’Actors' Studio è il richiamo che hanno”, ha esordito l’attore italo-americano. “Da Elia Kazan in poi non ha mai smesso di sperimentare, facendo in modo che la sua fama rimanesse intatta negli anni. Ha una storia importante che risale agli anni ’30. Il ricordo di quando ho cominciato mi entusiasma ancora oggi come poche altre cose al mondo. Lo frequentai e il fatto che fosse tutto gratis era straordinario. Davano anche le scarpe mentre la James Dean Foundation ci ospitava. Soprattutto per me che a 25 anni, quando non avevo neanche i soldi per un affitto da 50 dollari, ho avuto l’opportunità di lavorare e studiare, mettendomi alla prova e sperimentando nuove cose”.

Al Pacino si è poi espresso anche riguardo al cambiamento dell’industria cinematografica hollywoodiana, dove ha lavorato senza mai cedere a compromessi: “Non ho molto da dire in merito. Un film rimane un film anche se di fatto il cambiamento fa parte del tempo. Non ci sono più i soldi per fare i film che faceva Orson Welles ma c’è ancora la voglia di trovare nuove strade. È una fortuna che a Hollywood ci siano registi con David Gordon Green o Barry Levinson, o Scorsese ed altri, con il loro cinema alternativo. Hollywood è quello che è sempre stato, io non sono mai stato lì da giovane. Ho fatto film con Lumet e Coppola a New York e ho sempre avuto un buon rapporto con loro. Molto prima che diventassi un attore c’erano i grandi che hanno dato vita a Hollywood. In realtà erano persone, come Orson Welles, che sono arrivate da lontano per crearlo e farne un posto in cui si ci può confrontare e scambiare opinioni di ogni tipo. Adesso il mondo è più chiuso, ma è normale, ci sono semplicemente persone diverse che hanno obiettivi diversi, non si tratta di definirlo migliore o peggiore. Adesso i produttori di film commerciali sono i veri leader e fanno cose fantastiche. Ho appena visto Guardiani della Galassia e trovo che sia un film di grande intrattenimento e inventiva. Non rifiuto questo tipo di film. Però l’ho visto con i miei figli piccoli e non ci sarei mai andato da solo”.

La depressione è stato il fil rouge della conferenza stampa poiché, oltre ad essere il male contemporaneo più diffuso, è al centro di Manglehorn e The Humbling, i due film che ha presentato a Venezia come protagonista. "È una parola che fa paura, troppo sinistra. Anche a me è capitato di avere dei momenti difficili, forse ero depresso senza esserne consapevole, ma sono fortunato a potermelo permettere. A ripensarci anche Michael Corleone deve essere stato un depresso. La vita è quello che è, ci sono cose che inevitabilmente ti rendono triste. Ho tre figli, amici, faccio begli incontri sul lavoro, al cinema e in teatro. Tutti sono una fonte d’ispirazione, tutte hanno contribuito ad alimentare il fantastico, stupefacente, scioccante viaggio che è stato finora la mia vita. Sento che l’aereo della mia carriera non sta ancora atterrando, non so se è la metafora giusta ma è quello che penso”. Oltre agli applausi a non finire che gli hanno tributato i giornalisti in sala stampa, l'attore Chris Messina, che interpreta suo figlio in Manglehorn, ha ribadito: “Lui è il Marlon Brando della nostra generazione”.

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