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Autore Rita Andreetti :: 16 Settembre 2014

Sta diventando un documentario la storia dell'italiano in carcere a Varanasi: Adriano Sforzi racconta di Tomaso Bruno nel documentario "Più libero di prima". E racconta a FareFilm di che si tratta

Adriano Sforzi, Marco Ferri e Camilla sorella di Tomaso

È prevista per oggi la già rimandata sentenza della Corte Suprema di Delhi (India) sul caso di Tomaso Bruno, il giovane di Albenga che è in carcere a Varanasi da quattro anni, accusato insieme ad Elisabetta Boncompagni, dell'omicidio dell'amico Francesco Montis. Dopo il rinvio della settimana scorsa, c'è una certa attesa sul pronunciamento di questa sentenza, che determinerà se il processo di primo e secondo grado si è svolto a norma e nel rispetto della prassi legale: ed è proprio di questo che la vicenda di Tomaso è macchiata. Terribili imprecisioni (dall'autopsia fatta da un oculista a finti testimoni pagati) che sono costate al ragazzo una sentenza fumosa e un lungo periodo rinchiuso in un barak, insieme ad un altro centinaio di detenuti, soffocati dai 50 gradi che spesso si raggiungono durante l'estate.

Mentre i genitori attendono pazienti il pronunciamento della Corte, c'è una piccola troupe che sta seguendo la vicenda cercando di far luce non tanto sui fatti specifici avvenuti quella notte, quanto sull'affascinante percorso che Tomaso ha affrontato in questi anni di forzato isolamento. Lui, ragazzo benestante e ribelle, in cerca di se stesso in giro per il mondo, in questa esperienza ha sviluppato una maturità che è riuscito brillantemente a comunicare attraverso le 1200 lettere scritte a mano in questi anni e recapitate ai genitori quale unica forma di contatto con il figlio. La smisurata produzione di questo materiale e il toccante percorso personale che il ragazzo ha attraversato sono state solo alcune delle ragioni che hanno convinto il regista Adriano Sforzi a pedinare i genitori in questi anni, fino all'Asia, alle porte della Corte di Delhi e a ridosso della sentenza.

Abbiamo intercettato Adriano Sforzi nel pieno di questa sua permanenza indiana per farci raccontare la sua scelta di avventurarsi in un tema così delicato e parlare di un soggetto anche possibilmente controverso, nel suo documentario Più libero di prima.

Adriano, hai scelto di raccontare un fatto attuale, delicato, con risvolti sia politici che umanitari; raccontaci cosa ti ha affascinato di questa storia.
Io sono molto convinto della mia scelta. Mi sono posto come obiettivo quello di raccontare la storia umana di Tomaso, non un film di denuncia né un film d'inchiesta: voglio raccontare come un essere umano ha vissuto quattro anni di carcere e come, rinchiuso, aspetti questo giudizio. E ancora, come la vivono i genitori, che è la ragione per cui sono partito con Euro e Marina e ho percorso con loro questo viaggio. Il film sarà un romanzo di formazione, che tra l'altro, è scritto a mano dal protagonista: questo sforzo fisico che lui ha speso nello scrivere tutte quelle lettere, è una cosa d'altri tempi. Ed è ciò che mi ha colpito profondamente.

All'inizio, infatti, questo era un film che non volevo fare, non pensavo, anzi speravo che non ce ne fosse bisogno. Io Tomaso lo conoscevo sin da bambino e quando mi hanno detto che era in carcere con l'accusa di omicidio, ho pensato che fosse uno scherzo, “vabbè tra due mesi torna e ci ridiamo sopra”. Poi, dopo due anni, Tomaso era ancora lì. A quel punto mi sono chiesto esattamente cosa potevo fare: di fronte ad una ingiustizia così grande ti senti soltanto impotente. Vivevo tutto con un certo distacco, forte del fatto che non abito più ad Albenga, dove stanno i genitori di Tomaso; quindi una telefonata, ed era finita lì. Poi, una lettera di Tomi mi ha fatto capire che forse questa storia la potevo trasformare in immagini.

Come ho affrontato questa esperienza? Ho cercato di sollevare un muro, di fronte alle emozioni che provo per Tomaso e a quelle che provo stando in India. Anche professionalmente, questo distacco è stato fondamentale. Fino a ieri ci sono riuscito...

Certo perché la tua vicinanza al protagonista ha radici esterne al progetto; pensi sia un punto di vista favorevole o rappresenta una perdita di distacco dal soggetto? E come sei riuscito a tradurre in immagini queste emozioni?
Questo lo sapremo dopo. Ovviamente per me è molto faticoso questo momento perché io e Tomaso siamo cresciuti insieme, abbiamo le stessi basi, perché i genitori si fidano e hanno scelto me per raccontare questa storia. Da una parte quindi è stata una forza perché mi ha dato la possibilità di partecipare intimamente a questa storia: io sarò con il papà di Tomaso presso la Corte ad assistere all'udienza. D'altro canto però è stato fatto uno sforzo per non essere di parte, che è implicito nel mio compito, nel mio mestiere. Questo è stato possibile perché sto lavorando con degli ottimi professionisti che mi aiutano nell'indirizzarmi sulla ricerca artistica e mi tutelano dal lasciarmi andare: la sceneggiatrice Federica Iacobelli, il direttore alla fotografia Marco Ferri, il musicista Daniele Furlati e la produzione (ndr: Articolture e Ouvert).

Così ho cercato di mettere in pratica ciò che quattro anni ad Ipotesi Cinema mi hanno insegnato, e di conseguenza il lavoro con Ermanno Olmi: ovvero, “racconta ciò che sai”. Su questo ho cercato di lavorare per costruire un'ottica “interna” alla vicenda, come se ci fosse l'occhio di Tomaso dietro le sbarre a fare esperienza del racconto. È una sorta di punto di vista spiato, che invece nell'animazione (curata da Olga Tranchini, ndr) si esprime per tradurre in immagini ciò che lui ha visto nei tre anni precedenti e raccontato nelle lettere; o meglio, che ha visto dentro di sé.

Questo non è un soggetto facile a causa di una componente di imprevedibilità della vicenda che non vi ha permesso di stendere in sceneggiatura tutta l'evoluzione del progetto; quali scelte avete operato al riguardo?
In fase di scrittura con Federica Iacobelli abbiamo costruito una struttura molto forte lavorando sulle lettere di Tomaso: infatti, racconteremo dei tre giorni precedenti la sentenza che i genitori hanno vissuto e su questo tempo reale si intreccerà il punto di vista di Tomaso nel suo viaggio interiore durante gli anni di detenzione. Le sue lettere verranno lette dagli amici del ragazzo. Su questa struttura molto forte ho potuto lasciarmi andare all'imprevisto. Ma dal mio punto di vista il film è già fatto, poiché io racconto la storia fino a qui, fino alla sentenza; dopodiché il finale è uno solo: cioè Tomaso che scende dall'aereo a Villanova d'Albenga e torna a casa.

Quanto credi che il crowdfunding sia stato importante per richiamare l'attenzione sulla vicenda o coinvolgere la comunità già stretta attorno a Tomaso?
Come dici, esisteva già una comunità che sentiva la necessità di dover intervenire. Quindi quando ho iniziato a fare questo film in tantissimi mi hanno chiesto “come possiamo aiutarti?”; quando è iniziato questo crowdfunding loro si sono sentiti naturalmente partecipi, al punto che alcuni ci hanno passato a mano delle buste che noi abbiamo poi dovuto versare a Indiegogo. Ma è bellissimo così. Alla fine questa idea di Chiara Galloni di Articulture ha funzionato poiché di seguito molte testate, tra cui la RAI e l'Espresso, si sono interessate alla storia di Tomaso.

Ritieni che questo documentario arriverà a “difendere” o “alleviare” l'idea che una parte di opinione pubblica si è fatta a proposito di questo ragazzo in relazione alle sue esperienze con la droga?
Lungi da me giustificare qualcuno o raccontarlo in maniera perbenista. Questa è una cosa di cui si è discusso molto in fase di scrittura proprio perché questo è Tomaso: è un giovane borghese italiano che si ribella alla sua situazione e se ne va in giro per il mondo facendo esperienze diverse, anche di droga. Ecco, io credo di non poter raccontare una favola e basta, anzi credo che questo sia un passaggio importante, che la droga faccia parte del suo percorso: poi, sì, c'è una favola, che è quella che inizia dopo, quella che lui ha vissuto personalmente, nella trasformazione, nella formazione che ha sperimentato. La mia opinione personale è che un drogato non è necessariamente un assassino. La cosa incredibile è che nel processo, non si menziona mai la droga: questo particolare è emerso perché Tomaso lo ha detto all'ambasciatore e a "Le Iene". Per gli indiani, non c'è rilievo in questo. Ed è una bella opportunità per riflettere personalmente sulla questione, anche se io nella storia cercherò sempre di non schierarmi.

E ora, attendiamo lo svolgersi dei fatti. Per il film, dovremo aspettare un po' di più.

Potete contribuire al documentario Più libero di prima tramite la pagina di crowdfunding di Indiegogo e seguire le vicende della troupe dal sito ufficiale

Il teaser di Più libero di prima

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