Ritratto di Rita Andreetti
Autore Rita Andreetti :: 17 Luglio 2014

L'esperienza di Transformers 4 paga gli sforzi di Paramount su territorio cinese e trasforma la Cina nel paese conduttore: andiamo a fondo della questione

Aveva iniziato a stupire fin da subito, con delle cifre da capogiro sin dai primi weekend: ma l'affare è ancora più complesso. Transformers 4: L'era dell'estinzione è il film più guardato della storia in Cina, con un incasso che sta celermente raggiungendo i 300 milioni di dollari. Già il primo weekend di uscita, il botteghino cinese aveva staccato il rivale oltreoceano, e il blockbusterone si faceva un sol boccone di altre hit che l'avevano preceduto, come i recenti Gravity, Frozen, Thor o il grande competitor Spider Man.

Ma cosa significa e significherà questa spopolante predominanza al botteghino cinese? In altre parole, se questa platea raggiunge numeri così alti, cosa ne sarà del resto degli spettatori mondiali?

Facciamo un passo indietro. Questa vertiginosa scalata è il risultato di diverse concause. La puntata numero quattro della saga dei robot meccatronici è stata preceduta da un pianificato approccio in terra asiatica: malgrado non si tratti infatti di un film a nazionalità cinese, e per questo quindi rientrante nella quota dei 34 film stranieri ammessi nelle sale della potenza asiatica, la produzione ha lavorato a braccetto con le compagnie locali e il pubblico stesso. La campagna di fidelizzazione è nata con largo anticipo permettendo così un grado di partecipazione indiscutibilmente funzionale al risultato.

Paramount ha cioè costruito una collaborazione commerciale e di marketing in sintonia con Jiaflix, CCTV6 e China Film Group; o meglio, in accordo con il Governo cinese, dato che due delle sopracitate, sono compagnie mediatiche di diretta emanazione del Governo. La collaborazione è partita con la selezione delle location, seguita da un acclamato reality show che ha fornito al casting alcune comparse; casting che a sua volta è stato impreziosito di alcuni tra i volti più noti in Cina: Miss Li Bingbing, Hang Geng e il pluricampione olimpico di pugilato Zou Shiming. E qui non ci soffermeremo sulla invasiva presenza di product placement (latte, computer, drink energetici, ce n'è per tutti i gusti!) e sull'alluvione di merchandising. Per capire il fenomeno e la risonanza conseguente, vi invito a proseguire con il video sottostante.

L'ondata Trasformers poi, si inscrive in un momento molto fertile a livello di sensibilità cinematografica ai blockbuster: è un po' come se le successive uscite dell'ultimo anno non avessero che “riscaldato” il pubblico e permesso alle produzioni alle spalle di queste hit di investimento e di incasso, di affinare il tiro sul target asiatico. Come si diceva, Thor aveva stupito, Spider Man sollevato clamore, le gigantesche macchinone schiacciato i concorrenti e fugato ogni dubbio sulla strategia di mercato vincente.

La questione è ben più seria di quel che si pensa. Se infatti per anni la globalizzazione del mercato (cinematografico) ci ha portato ad inghiottire metri di pellicola di sogno americano, con schierati buoni e cattivi che se la giocavano per salvare il mondo, ora qui la caccia al botteghino cinese potrebbe stravolgere le linee guida. Infatti, l'adattamento delle storie al mercato di riferimento ha già avuto inizio, come è stato per l'Uomo Ragno oppure il povero Tarantino che col suo Django ha sudato sette camicie ed è poi stato quasi cacciato a calci dai teatri: i cinesi nei ruoli dei cattivi non vanno bene né tanto meno le scene di nudo integrale, questo il messaggio. Ma, per spettatori che pagano dai 7 ai 16 euro - una media spannometrica per film di prima uscita, che considera sia le proiezioni 2D che le infurianti sale IMAX - dove una ciotola di spaghetti cinesi costa circa 1 euro, direi che uno sforzo si può proprio fare.

Di fatto la ristretta quota di film previsti per questa ricchissima platea costringe le grosse produzioni in due direzioni: da una parte, è assolutamente necessario sottostare alle rigide richieste del sistema censorio; dall'altra, è bene lavorare sulla creazione di accordi di produzione specifici per ogni Paese, che possano esimere il proprio prodotto dal rientrare nella quota acquisendo nazionalità cinese. Ecco spiegata la scrittura co-produttiva che anche l'Italia ha reso effettiva lo scorso aprile (qui la notizia). Tuttavia, se da una parte lo scontro culturale è talvolta davvero ampio, altrettanto estesa è la volontà di trovare dei punti di incontro e dialogo. Ecco che subentra la questione politica, un gravoso peso che costringe ad eliminare ogni blando riferimento al passato cinese, al presente imbarazzato dei diritti civili negati o dell'assenza di un sistema democratico, alle questioni ecologiche, e in generale a qualunque altro spunto possa far apparire in cattiva luce la nazione. Culturalmente, questo è un problema essenziale dal momento che l'apparenza o il cosiddetto “perdere la faccia” è uno tra gli aspetti maggiormente sentiti, sin dai rapporti tra le persone. A questo si associano le limitazioni sulle questioni sessuali e religiose, ricordando come la Cina si dichiari un Paese non credente e la professione di qualunque religione resti in bilico tra la tolleranza e la distaccata accettazione.

Ora, in questa prospettiva un po' confusa, non bisogna scordare altri due fattori: il primo è che questo rigido sistema censorio non è un codice scritto, e quindi per questo anche variabile, dal momento che si rifà piuttosto alla valutazione umana di quei funzionari che di volta in volta si trovano incaricati di valutare le richieste di visto di censura! Un visto di censura che non ha gradi, non ha sistema di rating, ma fa di tutta l'erba un fascio: qui si è promossi o bocciati; ci si può ripresentare con il figliolo ritoccato al montaggio solo nei rari casi in cui la commissione ne paventi la possibilità.

Il secondo fattore è la qualità del pubblico stesso: questi spettatori sono un caso del tutto particolare. E' difficile poterne fare una breve analisi senza apparire qualunquisti, poiché il legame tra società e politica è inscindibile. Tuttavia, si può tentare di delineare una rotta generale su cui la grande massa dei frequentatori delle sale naviga, cioè quella dei contenuti ammessi, approvati, che rispecchiano quindi il modello educativo del partito. Poi, c'è il settore appassionati, quello dei curiosi e quello di coloro che il cinema non se lo possono proprio permettere e le volte che vi accedono è quasi un investimento. Non c'è volontà di denigrare la enorme e difficile battaglia cerebrale che è in corso nelle nuove generazioni di questa nazione, anzi, è ammirevole l'enorme sforzo che è in atto per liberarsi dalla morsa che tiene i pensieri stretti e soffocati. Tuttavia, in questo preciso momento storico è in atto una omologazione delle richieste, in una nazione governata in tutti suoi aspetti, anche quelli sociali, dalla tecnologia; scortata poi dall'annientamento operato dalla censura, ne consegue una grande facilità di ascesa per i blockbuster. Anche perché, di contro, la realtà cinese prevede, ammette, contempla l'esistenza del mercato pirata, dove un film talvolta vive una seconda vita o forse la sua unica esistenza possibile. Quindi al cinema arrivano veramente solo quei film che se lo possono “permettere” in termini economici, di influenza e di invasività. Ecco, al cinema a spendere soldi si va solo per vedere film ammessi; quelli proibiti si guardano a casa.

Perciò la lenta e cauta apertura del mercato cinematografico cinese al resto del mondo sarà prima di tutto una preda facilmente fagocitata dal gigante americano, che riverserà come già fa un po' ovunque, tonnellate di blockbuster ritoccati apposta per il mercato asiatico. Probabilmente si aggiungeranno sempre più dettagli “asiatici” ai film, e quindi impareremo a conoscere di più questa cultura lontana, sempre che non si scelga la strada della doppia versione. Ciononostante, la vera ricchezza del poter avere un illibato mondo di contenuti, location e creazioni a disposizione verrà in qualche modo assoggettato alla presenza della censura anche per chi cercherà di adoperarsi nelle co-produzioni: che ci sarà un futuro biographic su Marco Polo magari sì, ma scordiamoci di inventarci una versione che dipinga il veneziano come un eroe incompreso contro un mondo di ostili occhi a mandorla. Ciò su cui tutti si stanno alacremente prodigando, è la conquista di più uova d'oro possibili; ci si augura cioè che piovano copiosi i finanziamenti dall'est, più probabilmente per troupe asiatiche sul territorio, perché la competizione su terreno distributivo è quanto mai inarrivabile.

Sono per ora solo quei film disimpegnati e dagli schemi narrativi semplici che hanno accesso alle ricche sale della Terra di Mezzo, rigorosamente politically correct e neppure troppo localizzati, ad ispirazione americana nella lotta tra il bene e il male e preferibilmente con qualche eroe conosciuto cinese che possa dare sfoggio della abilità di combattimento marziale e risulti, alla fine, il vero vincitore. Insomma, la fine, i Transformers, ce l'hanno già suggerita.

Transformers 4: The premake di Kevin B.Lee

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