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Autore Giulia Marras :: 9 Settembre 2015
Anomalisa

Recensione di Anomalisa di Charlie Kaufman | L'autore di cult quali Il ladro di orchidee e Se mi lasci ti cancello convince ancora con un'opera animata di pupazzi umanissimi, in un mondo dove si confondono voci, corpi e solitudini in stop motion

Ben sette anni dopo l’uscita (americana) del capolavoro Synecdoche, New York, l’estro creativo di Charlie Kaufman torna ad ammaliare con Anomalisa, in concorso a Venezia: per la prima volta alle prese con l’animazione in stop-motion, coordinata con il co-regista Duke Johnson, Kaufman trasforma in immagine una sua precedente esperienza teatrale “sonora”, condivisa con i fratelli Coen, messa in scena a New York con il compositore sperimentale Carter Burwell e dagli stessi attori che prestano ad Anomalisa la loro voce.

Ambientato per la maggior parte della sua durata in un albergo chiamato Fregoli, la nuova, attesa opera dello sceneggiatore di Se mi lasci ti cancello (o meglio, di Eternal Sunshine of the Spotless Mind) è la rielaborazione immaginifica di una particolare sindrome da misidentificazione, coniata dal nome dell’attore e trasformista Leopoldo Fregoli, che si diceva perseguitato da un particolare individuo che poteva assumere diverse forme e sembianze. Tale è il disturbo del protagonista Michael Stone (doppiato da David Thewlis), non tanto affetto dalla malattia in sé, quanto piuttosto da un'indifferenza apatica verso gli altri e una solitudine ancestrale: così se la realtà è uno schermo nero, le voci perdono di colore e di timbro e sembrano appartenere a una stessa persona; Michael, che nella vita è un coach per gli operatori telefonici dei servizi clienti, quasi senza rendersene conto sente uscire dalla bocca di tutti un’unica voce, quella di Tom Noonan (l’alter ego di Philip Seymour Hoffman in Synecdoche), con tutto l’effetto straniante ed esilarante che ci si può aspettare. Non appena una voce femminile (Jennifer Jason Leigh) emergerà e risuonerà, come anomalia sonora, tra la desolata e alienata folla, Michael si risveglierà dal torpore e si innamorerà.

Ma al di là della trama, geniale, inventiva e perturbante come nel resto dei mondi architettonicamente subconsci dell’autore newyorkese, l’Anomalia animata del concorso veneziano splende di una scrittura raffinatissima, calibrata nei modi, nei tempi e nelle misure. I pupazzi che danno vita ai personaggi possiedono corpi umanissimi nei loro difetti, fuori forma, imbarazzati e imbarazzanti, per cui è presto dimenticato che si tratta di burattini, giocattoli per filmmaker anomali e stralunati, come nel caso di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson. Ma d’altronde la loro artificialità non è neanche nascosta: delle linee nette separano porzioni del volto e della testa, scatola cranica da aprire con cautela, pena la depressione. La meccanica è conscia, meno lo è il male di vivere.

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Finanziato da Kickstarter in modo da epurare preventivamente il progetto da ogni eventuale influenza delle major produttive, Anomalia non è certo per i più piccoli: attaccato ai tic della realtà fin dalla sua struttura narrativa temporale, che si sviluppa in due giornate e una, lunga, notte, non ha paura di affrontare nudità e sesso, riuscendo a mostrare un rapporto completo nella sua più aperta, imbranata e commovente sincerità. Il personaggio di (anoma)Lisa, protagonista soltanto nell’ultima sequenza che ruba finalmente il punto di vista di Michael è quella di una donna mediocre, bruttina e sfigatella: ma è lei, con la sua voce, a sussurrare la dolcezza, ad urlare la gioia, a trasmettere la sensibilità viva e dolorosa che caratterizza la sesta opera da sceneggiatore e la seconda regista di Charlie Kaufman, sempre di più un Burton Fink autonomo solitario nelle sue personalissime stanze cinematografiche del grand resort hollywoodiano. La scena in cui Lisa canta timidamente Girls just wanna have fun di Cindy Lauper è già cult, e se vogliamo esagerare è paragonabile alla New York, New York in primo piano di Carey Mulligan in Shame. Senza avere le ambizioni dei suoi deliri precedenti, Kaufman firma la sua opera più umanista; non raggiunge le vette di Synecdoche, New York ma tocca l’anima universale.

Voto della redazione: 

4

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