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Autore Alessandro Tavola :: 3 Novembre 2014
Locandina di La storia della principessa splendente

Recensione di La storia della principessa splendente di Isao Takahata: dietro la gentilezza del tratto, una film per allontanarsi dal sogno e dalla libertà

La storia della principessa splendente di Isao Takahata scorre, e mai corre, bianco e silenzioso come la neve. Lontano dall’esuberanza e dall’esaltazione del fiabesco, è cinema volto alla negazione, all’incanto per sottrazione, in cui l'idea di fondo è più forte dei suoi stessi strumenti realizzativi.

Tenuta lontana la necessità di un impatto visivo accondiscendente, il film vede presto sciogliersi il senso di stupore dato dalle immagini per un’immersione completa nel candore formale e in una delicatezza deliberatamente spoglia di orpelli fino all’esagerazione.
La dimensione magica si perde da subito sotto le linee irregolari della matita, l’essenzialità ed i colori pallidi, e ben presto anche quella del reale e della tradizione (ben più impattante e centrale nella pellicola e capace maggiormente di ferire rispetto alla prima) subisce questa sopraffazione da parte del tratto, che dietro le spoglie della grafite grezza racchiude una concezione autoritaria e disincantata.

Scopo ultimo sembra essere quello del trasporto, da subito netto ed irreversibile, non in una sublimazione stilistica, ma in un’imposizione monolitica e rigida dello storytelling, in cui le venature convergono in purezza attraverso le immagini esili, fuse alla perfezione con la partitura di Joe Hisaishi, in un eccesso di delicatezza formale che in più momenti sfora nel gelo e nel distacco, in cui l’imporsi apparentemente gentile dei disegni diventa il metodo più feroce per definire lo spirito fatalista e coercitivo della vicenda.

La sua visione ha la compostezza della maturità eccessiva, e Takahata ci lascia vagare per la sua opera dilatata (anche in lunghezza: 137 minuti) come in un grande inganno già estirpato, fatto di personaggi in realtà predestinati, in cui la malinconia è intrinseca ma impalpabile e può lasciare posto agli animi impalliditi, sottostanti ad una determinata rassegnazione primaria, legata più al tangibile che al fiabesco (privato dei propri caratteri più ingombranti) ed in cui tutti possono sperare, ma a vuoto, in una (con)vocazione adulta alla semplicità che chiama appunto l'adulto e mai il fanciullo.

[Leggi anche: la recensione di Si alza il vento di Hayao Miyazaki]

Non è per sguinzagliare arcobaleni nella mente di chi guarda, La storia della principessa splendente. Piuttosto per liberare la testa per cento altre storie e leggende dai risvolti meno mortificanti, attraverso un azzeramento volto alla sconfinatezza del pensiero e dell’occhio e al contempo mitigante qualsiasi pretesa visionaria. Come se la sovrabbondanza di spazio neutralizzato delle immagini mano a mano vedesse spegnersi la richiesta d’essere riempito, desolato e chiuso nell’assenza di limiti del foglio bianco insistito e nell’impossibilità di scelta dei suoi personaggi, di cui vediamo un’innocenza filtrata e mai abbracciata, tenuta distante da una realizzazione che fa della lontananza (dal sogno) e della vanificazione (dei propositi) la sua caratteristica principale.

Trailer di La storia della principessa splendente

Voto della redazione: 

3

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