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Autore Davide Stanzione :: 30 Agosto 2014

Recensione di Messi di Alex de la Iglesia: Il film del regista spagnolo sull'asso argentino non parla di calcio in maniera originale né riesce a fornire dettagli accattivanti sul campione del Barcellona

C’è un luogo comune che vuole il calcio come lo sport meno cinematografico in assoluto. Ci si dimentica però che esso è fatto di geometrie e simmetrie, di gioco di squadra per il raggiungimento di un obiettivo comune, di genio sregolato ma anche di pigrizia, di ritmo ed equilibrio interno. Tutte cose che, a occhio e croce, col cinema c’entrano non poco. Il documentario di de la Iglesia dedicato al più grande calciatore dei nostri tempi ha però il demerito di aderire stancamente e in maniera decisamente convenzionale all’immaginario pubblico e in parte risaputo di un campione alquanto ordinario com’è Lionel Messi. L’asso del Barcellona, a differenza di tanti altri punti di riferimento geniali della storia del pallone, non ha infatti dalla sua né l’aura del mito né il dono mediatico di far parlare sempre e comunque di sé. Renderlo accattivante non era dunque facile, ma il regista spagnolo non sembra neanche impegnarsi troppo e le idee di messa in scena che sceglie non funzionano affatto. Non va infatti a segno né la soluzione di filmare delle tavolate conviviali in cui si parla dell’attaccante argentino a ruota libera (ci sono solo confusione, sorrisetti sparsi, futilità) né tantomeno l’infelice scelta degli inserti di fiction, brutti e sciatti.

L’economia narrativa da documentario sportivo è poi piuttosto statica, fiaccamente cronologia, non ha accensioni e il più delle volte si abbandona all’aneddoto di seconda mano, al filmino artigianale e alla lacrimuccia familiare. Perfino la personalità calcistica di Messi emerge solo per contrasto. Lo sguardo di de la Iglesia non ha infatti la spigliatezza necessaria per giungere autonomamente a una conclusione, e allora non resta che contrapporre Leo Messi al giocatore da spiaggia Ronaldinho o all’attaccante tribale Eto’o, tra materiale di repertorio riciclato e rimescolato e montaggi dal sapore espressionista e ironico che vedono protagonista José Mourinho. Davvero poco.

In compenso, ci pensano due grandissimi quali lo storico leader della nazionale olandese detta dell’"Arancia Meccanica" Johan Cruijff e l’ex ct argentino campione del mondo César Luis Menotti a regalare qualche testimonianza più acuta e meritevole d’attenzione. Menotti brilla per ironia e allarga il discorso sul calcio come avrebbe dovuto fare il regista, elevandolo a metafora della storia e a chiave di lettura privilegiata per il senso dello spettacolo popolare contemporaneo. Menotti, non a caso, parla di Messi proprio come di un “interprete della storia”. Le parole di Cruijff invece sottolineano una vera e propria differenza narrativa nel passaggio da un’epoca all’altra: al posto dell'epica di Diego Armando Maradona c'è adesso la vita concisa e senza fronzoli di Messi, all’ipertensione folle derivante dalla fiducia in se stessi si è sostituita una prontezza altrettanto reattiva ma decisamente più ragionata.

Trailer di Messi

Voto della redazione: 

2

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