Ritratto di Luca Carbonaro
Autore Luca Carbonaro :: 30 Novembre 2016

La pellicola vincitrice del Premio Oscar nel 2014 ed oggetto di molte discussioni, "La Grande Bellezza", può essere considerata un vero e proprio tour de force del cinema europeo, con la sua esplosività estetica. Ecco a voi una lista di sette ragioni

La Grande Bellezza

Stravagante, tragico, ricolmo di estetica. Sono questi alcuni degli aggettivi che molti critici hanno utilizzato per descrivere La Grande Bellezza, pellicola di Paolo Sorrentino che gli ha consentito di vincere il Premio Oscar nel 2014. Il lavoro del regista napoletano può essere paragonato, per certi versi, allo stile cinematografico del compianto Federico Fellini, con un immaginario artistico ricco di colori vividi. Sorrentino, però, si dimostra unico nel suo genere, superando le limitazioni del cinema italiano. La Grande Bellezza si apre con una citazione di Un viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Celine rappresentando, appieno, il mood narrativo. Ecco, in sintesi, le sette ragioni secondo cui la pellicola di Sorrentino possa essere considerata un vero e proprio tour de force del cinema europeo:

1) Il ritratto di un artista come un vecchio uomo
Nel suo romanzo semiautobiografico, Ritratto dell'artista giovane, lo scrittore britannico James Joyce narra il risveglio intellettuale, filosofico e religioso di un giovane che comincia ad interrogarsi e a ribellarsi contro le convenzioni irlandesi e cattoliche con cui è cresciuto. Il protagonista del film, Jep Gambardella, non ha molto a cuore le questioni religiose e preferisce vivere una vita mondana, tra donne e feste notturne. Se volessimo citare il celebre filosofo danese Kierkegaard, esistono tre livelli differenti in cui l'essere umano si viene a trovare. Il primo riguarda l'estetico, l'edonismo e la ricerca del sensuale ed è proprio in quest'ambito che Jep celebra la sua vita. Il secondo è puramente etico e Jep afferma, più volte nel corso della pellicola, di aver deluso molte persone nella sua vita. Ritiene anche che sia immorale ed irrispettoso piangere ad un funerale, eppure finisce per farlo. Jep rifiuta il terzo livello, quello religioso considerato il più sublime da un cristiano come Kierkegaard, ed abbraccia l'estetica di un Don Giovanni. Come quest'ultimo, le sue scappatelle sono potenzialmente infinite e Jep afferma di non sapere il numero esatte di donne con le quali abbia avuto rapporti.

2. Sintesi di tutte le arti
Il termine tedesco Gesamtkunstwerk, utilizzato per descrivere le opere di Richard Wagner, si adatta alla perfezione alla pellicola di Sorrentino. Si tratta di una sintesi totalizzante di tutte le forme d'arte ed il regista napoletano è riuscito, con La Grande Bellezza, ad enfatizzare musica, immagini e recitazione nella loro complementarietà. Nella prima scena del film viene sparata una palla di cannone e nella seconda si intravede un coro che canta mentre la camera mostra, con un abile movimento, la Fontana dell'Acqua Paola. L'arte concettuale viene mostrata più volte durante la pellicola: in contrasto all'architettura di Roma, ci viene mostrata la sua trasformazione nella forma più contemporanea, aggiungengo un nuovo strato narrativo al film. Anche la colonna sonora ha uno scopo su larga scala: si passa da David Lang alle musiche di Bob Sinclair durante le feste, per intensificare i momenti chiave della pellicola e diversificare la verve narrativa. La Grande Bellezza possiede un grande potere drammatico in quanto riesce a mostrare un senso d'innocenza ironico e, al tempo stesso, la bellezza estetica anche nei momenti più tristi della vita di un uomo.

3. La spiritualità è onnipresente ma al tempo stesso assente
Alla fine del film viene mostrata una scena emblematica e molto controversa: una suora sale le scale, in maniera difficoltosa, sulle sue ginocchia e parla con Jep del suo viaggio interiore. L'ascetismo della suora rappresenta un netto contrasto alla prodigalità del protagonista. La grandiosa ricerca della bellezza appare vacua agli occhi di una persona che ha dedicato la sua intera vita a Dio. La grande bellezza di cui Jep era alla disperata ricerca è solo una mera illusione. Si può tracciare un parallelismo con il film di Federico Fellini, 8 e mezzo: il personaggio interpretato da Marcello Mastroianni si rivolge ad un cardinale dicendogli di non essere felice ma quest'utlimo, di tutta risposta, lo invita a dedicare la sua vita a Dio, alla ricerca della salvezza. Jep vive circondato dalle istituzioni religiose ed enfatizza più volte che si possa imparare molto da loro ma, al tempo stesso, non influiscono sulla sua vita. La spiritualità, per Jep, non assume sostanza ma il suo potere misterioso lo affascina e lo rende curioso.

4. Sorrentino crea una vera e propria ode all'idea di bellezza
La bellezza viene presentata in ogni frame della pellicola, a partire dalle inquadrature della città eterna che fa da cornice all'intera storia. Sorrentino utilizza ogni mezzo artistico a sua disposizione per rappresentare la bellezza non solo come ideale ma come riflesso della realtà in cui vive Jep. L'estetica sublime riesce ad avere successo anche nei momenti più tragici. Un limpido esempio, infatti, è rappresentato dalla morte della sua amante, Ramona. Prima che quest'ultima esali il suo ultimo respiro, la camera si muove lentamente verso il suo volto, in un primo piano memorabile. La sua morte viene rappresentata attraverso un'inquadratura dei suoi piedi senza vita e la vista di Roma attraverso le finestre, con le tende mosse dal vento. La bellezza di questa scena risiede nella sua semplicità ma, al tempo stesso, nella sua mancanza di forte tensione drammatica: è graziosa ma triste. L'erotismo di questa pellicola, inoltre, è insito nella prospettiva della bellezza del corpo umano.

5. Una lampante narrativa di vita
La pellicola riesce a rappresentare il lato chiaro della vita seppur sia permeato da momenti molto tristi. Jep è visbilmente turbato dalla morte della sua compagna ma il suo senso di spiccata ironia e la sua continua satira permettono al film di mantenere una sottile verve comica di cui ha bisogno. Un personaggio, nella prima parte del film, afferma di essere "pirandelliano", ovviamente non sapendo nemmeno di cosa stia parlando. Un'artista si scontra, nuda, con un pilastro di pietre e, dopo l'impatto, viene intervistata da Jep. Sono queste ed altre scene che conferiscono al film una comicità assurda seppur temi molto sobri dominino la seconda parte. L'unico momento che defluisce da questa dimensione di satira avviene quando un giovane uomo che soffre di un disordine mentale, decide di uccidersi. La scena in cui Jep Gambardella cita Turgenev e Proust, conferisce alla pellicola il giusto contrasto alla prodigalità della vita notturna ed un nuovo strato narrativo di complessità.

6. Rappresenta un'ossessiva nostalgia del passato
L'ultima pellicola di Sorrentino, Youth, esplora la nostalgia verso la perduta giovinezza. Jep Gambardella, al contrario, non mostra sensazioni di questo tipo ma cerca di viverla, nel presente. Al tempo stesso, però, una delle scene più vivide de La Grande Bellezza avviene quando viene mostrato un giovane Jep e la sua compagna, seduti in riva al mare. Per tutta la sua vita ha cercato un'esperienza del genere che potesse tradursi in potenza artistica. Seppur la comparsa di un ex marito della compagna e la successiva morte di quest'ultima turbano l'animo di Jep, quest'ultimo, da vero personaggio pirandelliano, non sembra provare rimorso per nulla e godersi la sua vita da playboy. La nostalgia è presente anche a livello artistico nelle architetture monumentali di Roma e nei suoi ritratti. Quando Jep pensa di abbandonare la città eterna, vorrebbe fuggire dai ricordi ma non può. La nostalgia si è trasformata nella realtà in cui vive.

7. L'amore viene reso immortale
L'amore verso la creazione viene reso immortale in questo film. Jep cita lo scrittore Andrè Breton affermando che uno dei suoi romanzi si apre con questa battuta: "Chi sono Io?". Lo scritto in questione è Nadja, romanzo autobiografico dello scrittore e teorico del movimento surrealista André Breton uscito presso Gallimard nel 1928, e in edizione rivista dall'autore nel 1963. Così come lo scrittore ha reso immortale Nadja, così Jep fa lo stesso con il suo amore. Al termine del film, Jep recita le seguenti parole: "Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell'imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c'è l'altrove. Io non mi occupo dell'altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco". Queste parole catturano, alla perfezione, lo spirito pirandelliano che è parte integrante della persona di Jep e si capisce che, in fin dei conti, la vita è una ricerca senza fine della bellezza. Quando questa viene trovata, l'accarezza e la rende immortale trasformandola in arte.

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