Ritratto di Ilaria Floreano
Autore Ilaria Floreano :: 29 Novembre 2014

Parlare con i registi non ancora assurti agli onori della cronaca permette di scoprire i retroscena del “mestiere più bello del mondo”, che oggi è anche tra i più duri ed eclettici: per dirigere bisogna essere talentuosi e... multi-tasking

Vito Palmieri

Vito Palmieri arriva da Bitonto, dove è nato il primo ottobre del 1978, e della sua terra d’origine ha la calma forte: parla a voce bassa del suo lavoro di regista, ma la delicatezza del tono non riesce a nascondere la grintosa determinazione del suo proprietario, che ha girato il mondo con cortometraggi molto apprezzati da giurie e pubblico. L’abbiamo incontrato in Puglia, dove tutto è cominciato.

Partiamo da te: la tua formazione, da dove arrivi, chi sei.
A 18 anni sono andato via dalla mia città, Bitonto, in provincia di Bari, per iniziare un percorso legato al cinema. Mi sono iscritto all'Università di Bologna, il DAMS, dove per qualche anno ho studiato storia del cinema. Quindi, ho studiato tanta teoria e visto tanti film, dalle nove del mattino a pomeriggio inoltrato, come tutte le facoltà e scuole di cinema richiedono. Contemporaneamente allo studio ho girato i miei primi lavori, cortometraggi tra amici “damsiani”. All’epoca condividevo un appartamento con quattro o cinque persone, tre dei quali erano appunto "damsiani" come me, e ci dicevamo: "Io voglio fare il regista, tu cosa vuoi fare, io voglio fare l'attore, tu invece? Io il direttore della fotografia. Ok, allora se veramente vogliamo fare questo, iniziamo a farlo, mettiamoci in gioco". I primi corti li abbiamo fatti così, in modo del tutto artigianale: erano i tipici film da studenti, fatti in casa, con queste scenografie misere, queste pareti bianche. Eppure ci hanno aiutato tantissimo, perché abbiamo svolto un sacco di ruoli diversi, e dai nostri errori abbiamo imparato cosa fare e cosa non fare.

Niente come la pratica dimostra se hai capito la teoria.
Esatto.

Tu da subito sapevi di essere “il regista”.
Sì, non avevo velleità attoriali o cose di questo tipo. Ho seguito il cinema sin da ragazzino, dai 14 anni in poi. Prima di arrivare al DAMS avevo già visto numerosissimi film: andavo in videoteca, affittavo un VHS, dopo due ore lo riportavo e dicevo il “VHS non funziona”. In realtà funzionava, ma io l’avevo già visto! Allora ne prendevo un altro e mi guardavo due film al prezzo di uno… Forse non dovrei dirlo, ma è successo raramente, ero giovane e avevo troppa voglia di vedere e imparare.

Il film che ti ha illuminato, che ti ha fatto dire: voglio fare il regista.
Da subito ho apprezzato molto i film americani, come Il padrino, seguivo tutta la saga, poi ho visto Scorsese, tanto Scorsese. Quei bravi ragazzi mi ha colpito tantissimo. Però è C'era una volta in America il film-illuminazione: nonostante la durata, già da giovane l’ho visto e rivisto. È uno di quei film che li capisci un po’ di più ogni volta che li vedi. E ogni volta scopri cose nuove di cui non ti eri accorto la volta precedente. Questi sono i film che mi hanno illuminato e fatto comprendere quanto amassi il cinema.

Dicevamo, hai fatto questi primi corti con amici universitari. Una volta terminata l'università?
Ho iniziato a lavorare molto come aiuto-regista e organizzatore, sempre su Bologna. Ho lavorato per corti, fiction televisive, spot, videoclip. Eravamo un'unica troupe per tutto.

Il canale è stato l'università oppure conoscenze tue che ti eri formato altrimenti?
L'università mi ha permesso di conoscere persone con cui lavoro tuttora, come il mio direttore della fotografia Michele D'Attanasio, che ha fatto anche tre episodi di Gomorra e diversi film – tra cui l'ultimo di Winspeare, che è stato a Berlino (In grazia di Dio, 2013, ndr). Il DAMS, attraverso la teoria, crea lavoratori in grado di fare cinema a livello pratico.

Quindi consigli, a uno che vorrebbe intraprendere il percorso, di partire dalla scuola?
Esistono due modi per fare cinema, secondo me. Il primo è partire da una formazione scolastica, che si può fare al DAMS oppure al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, che credo sia la migliore scuola di cinema pratica che c'è in Italia. Oppure ci si può fare le ossa direttamente sul set, magari lavorando come assistente. Il primo set lo fai da volontario, nella produzione o seguendo il regista, e poi piano piano ti costruisci il tuo percorso.

Basta proporsi, anche se non ti conosce nessuno?
In qualche modo uno deve trovare il modo per entrarci, e offrirsi gratis è un ottimo metodo. Ipotizziamo: uno inizia a fare assistenza alla regia. Poi, dopo dieci film come assistente riesce a fare l'aiuto-regista, che è un lavoro veramente difficile e pieno di responsabilità. A questo punto, dopo avere svolto questo tipo di lavori, si potrebbe avere voglia di mettersi in gioco come regista e si inizierà un nuovo percorso formativo.

In Italia si riesce a fare un percorso di questo tipo?
Facciamo l’esempio della Puglia, una regione dove il cinema è all'ordine del giorno. Mentre stiamo parlando, in Puglia stanno girando almeno tre o quattro film, grazie alla Film Commission. Io, paradossalmente, sono andato via dalla Puglia quando di cinema non si parlava proprio. Ora non si parla d’altro. Quindi, chissà, forse da ragazzino avrei pensato di poter fare il secondo tipo di formazione, quella sui set: oggi, se giri per Bari, facilmente incontrerai un set. E così anche a Lecce. Quindi, il ragazzino che vuole fare cinema e abita a Bari o a Lecce, camminando per le strade vede i set e può pensare: "Ah, stanno girando, posso propormi, anche portare i caffè, ma almeno vedo come si fa il cinema".

Altre zone calde in questo senso?
Oltre alla Puglia e alla solita Roma, il Trentino, dove si gira tantissimo, il Piemonte e adesso in parte anche la Sicilia. Dopo che è uscito La mafia uccide solo d'estate l’autore, Pif, a una premiazione dei David di Donatello ha detto "Venite a girare i film in Sicilia". L’ideale è che ci sia una Film Commission, che permetta di avere fondi in più, mentre è difficile che si vada a girare in una regione dove non c'è una Film Commission.

Anche in Friuli c'è una buona Film Commission.
Vero: in Friuli, e anche in Valle d'Aosta ultimamente, il Veneto sta iniziando, speriamo l'Emilia Romagna, perché io vivo e lavoro lì e non c'è ancora una Film Commission.

Tornando a te, finito il DAMS hai cominciato esperienze di set televisivo...
Più che altro cinema indipendente, facevo l'aiuto, ho girato anche due o tre film come aiuto, però alternavo questo lavoro ai miei come regista.

Quando il gioco si è fatto serio?
Nel 2006, quando ho girato un corto che si chiama Tana libera tutti, ora su YouTube in versione integrale, che aveva ricevuto un finanziamento dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Grazie a questo ho avuto a disposizione un grosso budget, circa 40 mila euro. L’ho girato a Roma con una produzione romana su commissione: la storia è dello sceneggiatore Marco Gianfreda, che mi ha offerto di realizzarla. L’ho inviato al David di Donatello ed è subito stato candidato nella cinquina. Lì ho capito che forse avevo fatto un film interessante, o almeno speravo che fosse così. E infatti ne sono emersi caratteri che poi ho sviluppato nelle opere successive, soprattutto il lavoro con i bambini, su storie semplici, un cinema pieno di sentimenti delicati. In Tana libera tutti si intravede il mio “stile”, se si può chiamare così. Ha vinto più di 50 festival e mi ha permesso di girare il mondo.

Come funziona il sistema dei festival? Nel tuo caso, tu l'hai presentato, sei stato candidato ai David di Donatello, questo ti ha dato la visibilità per cui poi anche altri festival ti hanno cercato...
Il film piaceva, quindi anche il festival piccolo lo selezionava, mi hanno chiamato parecchie volte. Il David è una grande vetrina, quindi molti associavano il film anche alla candidatura al David di Donatello...

Però, per essere selezionato, anche da festival minori, devi semplicemente mandarlo?
Sì, e sperare che il tuo lavoro sia buono. In effetti, quando si girano corti il regista oltre che tale è necessariamente anche produttore e distributore. Di produttore di solito ce n'è uno ufficiale, però sei tu che devi occuparti della distribuzione. E questo è un altro lavoro vero e proprio.

Approfondiamo questa dinamica.
Il mio ultimo lavoro, Matilde, è stato in concorso alla Berlinale, nella sezione Generation, dopodiché per un anno e mezzo mi sono dedicato soltanto a distribuirlo, perché me l'hanno chiesto in tutto il mondo. Ho vinto a Toronto al Tiff Kids, il primo premio. Poi ho vinto negli Stati Uniti a Los Angeles all'Holy Shorts, grazie a un premio pugliese che si chiama Noci Corti in Festival, che mi ha dato la possibilità di andarci. Poi ho partecipato al concorso di Taiwan. Insomma, dopo averlo girato, il film l’ho spedito e l’ho seguito in giro per il mondo. Il lavoro del distributore consiste innanzitutto, almeno una volta alla settimana, nel controllare tutte le deadline dei concorsi dai cinque o sei siti che li elencano, leggere attentamente i regolamenti, capire quante copie di dvd vogliono, quali materiali vogliono –  locandine, foto – e spedirlo. Diciamo che, da distributore, passi un bel periodo della tua vita in posta a far la fila.

Mi dai qualche nome di sito?
Cinemaitaliano.info è il migliore, per quanto riguarda i festival italiani. Poi ci sono Cinemaindipendente.it, 242, Shortmovie, FilmItalia per i festival stranieri. Poi ci sono i portali in cui il regista può caricare il file del film ed evitare spedizioni e posta. I siti migliori, cui fanno riferimento grandissimi festival e dove basta un clic per iscriversi pagando una quota d'iscrizione simbolica, sono Shortfilm Depot, francese, Realport, Moviebeta, Filmfreeway.

Non ricordo chi disse, con riferimento alla letteratura, che scrivere un buon romanzo è arduo, scrivere un buon racconto ancora di più. Vale lo stesso nel caso di corti e lungometraggi? Qual è la differenza principale?
Secondo me sono due linguaggi diversi, il cortometraggio e il lungometraggio. Il corto non è un lungometraggio breve, è proprio un'altra forma di racconto. Nei cortometraggi si punta molto sul finale, puoi anche non raccontare niente per 9 minuti e poi vedere un buon finale al decimo, che salva e giustifica tutto. Oppure costruire un'intera storia di 10-15 minuti a sostegno di un finale sorprendente, come ho fatto io con Matilde. Matilde dura 10 minuti ed è basato sul finale. Quando funziona il finale di un corto, teoricamente tutto il corto funziona. Questo certamente non vale per un lungo, la cui difficoltà principale è invece nell’elaborazione della parte centrale. Tu puoi anche realizzare un buon inizio e una buona fine, ma la parte che deve tenere incollato lo spettatore 90 o 120 minuti è quella centrale, che deve contenere tutti gli snodi narrativi e le domande a cui lo spettatore si incuriosisce e vuole dare risposta. Fare un buon lungometraggio è molto più difficile che fare un buon corto, non ci sono dubbi. Anche solo dal punto di vista pratico, per un regista una cosa è affrontare due o tre giorni di riprese, un'altra è lavorarci cinque, sei, sette settimane e condividerle giorno per giorno con una troupe di 20-30 persone, mantenendo la lucidità, avendo sempre il film in testa, non facendosi mai prendere dal panico di fronte agli imprevisti… Io, sono sincero, ho fatto dei film come aiuto e un documentario di 60 minuti, vorrei esordire nel lungo, ma sono uno di quelli che preferisce aspettare, perché molti lunghi e molti esordi, italiani e non, non sono del tutto convincenti perché i registi non hanno saputo aspettare. Hanno voluto assolutamente girare il loro primo film anche se non erano ancora pronti. Non solo dal punto di vista registico, ma anche narrativo. La prima cosa infatti è capire se una storia è giusta per il periodo, se può funzionare o no.

Tu aspetti e resti in Italia, non senti l'esigenza di andare altrove per fare il tuo lavoro.
Fare il regista in Italia è dura, non c'è niente da fare, purtroppo è veramente dura, però non bisogna mollare. Bisogna essere ottimisti: l'ultimo corto l’ho realizzato con un budget molto, ma molto piccolo. Un altro avrebbe potuto dire, “No, non lo faccio questo corto”. Mi è stato commissionato da un'associazione di genitori con figli audiolesi di Bologna, un'associazione di volontariato che ovviamente non aveva tanti soldi: ma a me piaceva il progetto, l'ho fatto e mi ha portato a Berlino, a Toronto, ai vari festival di cui dicevo prima.

Com'è lavorare con i bambini?
Io ho tenuto diversi laboratori di cinema nelle scuole medie di Bologna e quindi sono abituato a lavorare con loro, che non sono mai solo alunni. A un certo punto del laboratorio chiedo loro storie da raccontare per poi girare un corto. E loro si mettono in gioco già a quell'età. Poi individuo i bambini attori e i non attori, in base alla responsabilità che si assumono e all'intelligenza che hanno. Mi fido di loro, esattamente come se fossero adulti. Ho girato un film dove l'aiuto-regista era un bambino precisissimo, mi chiamava alla mattina presto per dirmi tutti gli attori sono qui, cose così. E l’ho apprezzato molto per questo. Non nascondo che molte volte i bambini sono più bravi degli adulti. Le storie di bambini mi piacciono, perché con loro puoi permetterti di raccontare tutto quello che vuoi, non ci pensano due volte se devono fare una cosa, mentre un adulto, se è sceneggiatore ad esempio, dice "Questo non so se il protagonista lo farebbe". Il ragazzino adolescente invece sai che agisce di impulso, è spontaneo…

È una tavola bianca...
…e quindi con loro mi diverto di più, soprattutto in fase di scrittura. In generale, ho capito che quando hai delle buone idee, devi sempre provare a trasformarle in realtà. Servono tanta determinazione e avere una buona storia per fare questo lavoro. Oggi "buona" significa anche "semplice".

Intendi semplice da realizzare?
Sì. Oggi funziona molto la docu-fiction. Pensa a Sacro Gra, il Leone d'Oro a Venezia 2013.

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Questa è la strada da seguire?
Il mio consiglio è concentrarsi su storie semplici, che ti permettano di realizzare bene un film anche con budget ridotto, perché ormai i budget son sempre ridotti, in Italia. Una volta si poteva girare con un milione o due milioni di euro anche un'opera prima, ora danno sui 400-500 mila euro. Ma ad averceli, quei 500 mila euro…!

 

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