Ritratto di Camilla Maccaferri
Autore Camilla Maccaferri :: 18 Marzo 2015
Locandina di Bekas

Recensione di Bekas di Karzan Kader. La storia dei due fratellini iracheni non riesce a commuovere e soffre di un pesante impianto retorico

Con tutte le pecche che ha la distribuzione italiana, che spesso non si cura di dare una collocazione in sala a titoli notevoli, ci si domanda perché debba preoccuparsi di far circolare una pellicola tipicamente “da festival” come Bekas.

I frequentatori di kermesse cinefile lo sanno che prima o poi, non importa quanto sia diligente e scrupoloso lo studio del programma, ci si imbatte nel film mediorientale di turno, i cui soporiferi ingredienti sono sempre gli stessi: paesaggi rocciosi e impolverati, ovini denutriti e una lacrimosa storia drammatica sullo sfondo di una guerra, un conflitto etnico, una lotta intestina tra famiglie.

Anche Bekas non si smentisce, ma aggiunge alla consueta miscellanea un’insopportabile retorica quasi hollywoodiana che traghetta, con l’immancabile, esasperante lentezza, il tutto verso un inevitabile e prevedibile lieto fine.

Dana e Zana sono due fratelli orfani che tirano a campare lustrando scarpe in un arido villaggio sperduto sui monti dell’Iraq dominato da Saddam. Sognano di raggiungere l’America e incontrare il loro idolo Superman: si metteranno in viaggio, pieni di speranza, sul dorso di un asinello battezzato Michael Jackson. 

Dopo una prima mezz’ora in cui non accade assolutamente nulla di rilevante (ma già abbiamo imparato a detestare il più piccolo dei due, ufficialmente il bambino più petulante e irritante della storia del cinema), finalmente inizia il viaggio, che ovviamente non porterà da nessuna parte, ma cementerà ulteriormente il legame tra i fratelli.

La guerra rimane un rumore di sottofondo, le difficoltà della fuga da un Paese tormentato non sono che un accenno, Saddam Hussein viene nominato di sfuggita, mentre, tra gli strepiti isterici del querulo Zana i fratellini si affannano a inseguire il miraggio della terra promessa, patria della Coca-Cola.

Sfugge il significato ultimo dell’opera e, nonostante la palpebra cali sempre più prepotentemente, non si riesce nemmeno a prendere sonno, infastiditi da un utilizzo prepotente e smielato di un’insistente colonna sonora fatta di archi struggenti.

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Una pellicola costruita su cliché, che contiene il peggio di certo cinema mediorientale, forse buona per un cineforum da paese del martedì, ma che non riesce a suscitare nemmeno l’interesse necessario a farsi detestare: semplicemente passa, scorre e non lascia nulla, come il monotono, grigiastro paesaggio iracheno punteggiato dalle capre. 

Trailer di Bekas

Voto della redazione: 

2

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