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Autore Giulia Marras :: 26 Aprile 2015
Locandina di Cobain: Montage of Heck

Recensione di Cobain: Montage of Heck | Brett Morgen firma il documentario più onesto e profondamente coinvolgente sul leader tormentato dei Nirvana; dalla nascita alla depressione, dal successo alla dipendenza dall'eroina

Ricostruire l'invisibile rendendolo visibile è da sempre lo scopo primario del cinema: invano, proprio perché l'invisibile è tale e non può mai essere colto pienamente dalla macchina da presa. Piuttosto, si può rincorrere l'immanenza, l'essere catturato dalla pellicola in un momento e nell'altro per sempre svanito. È questo il tentativo del documentarista Brett Morgen nel suo Montage of Heck, che non è un montaggio “del cacchio” come vuole il titolo, ispirato a un collage musicale realizzato da Cobain nel 1988 composto da vecchi demo dei Nirvana, registrazioni manipolate dalla radio, suoni inventati e distorti della sua stessa voce.

Allo stesso modo, il regista assembla insieme filmati di famiglia, interviste, video di repertorio, concerti, con animazioni, disegni, appunti scritti, clip totalmente inedite, in un flusso sia cronologico che emotivo atto a “fermare” una volta per tutte l'icona del grunge e di una generazione intera, fallendo in ultimo alla comprensione, impossibile, di una vita personale e artistica così tormentata. Non è necessario essere fan dei Nirvana per capire l'importanza culturale della band e del suo leader negli anni novanta, di ciò che rappresentavano al di là della musica e della celebrità: Cobain divenne involontariamente l' “improvviso portavoce dei giovani scontenti”, simbolo inconscio di un'apatia generazionale, prima ancora degli smartphone e dei social.

Morgen è attento, infatti, nell'illustrare anche il contesto sociale degli anni in cui Kurt è cresciuto: l'America del benessere, l'America di Ronald Reagan, di Martha Stewart, dei viaggi nello spazio; un periodo in cui il divorzio era raramente contemplato, e che fu probabilmente la prima causa dello sconforto e della depressione maniacale di Kurt. È così che il documentario prende la forma di una spirale ossessiva e allucinata come fu il resto della vita del musicista maledetto: una ricostruzione per immagini da egli stesso create, tramite le animazioni dei suoi schizzi, che prendono vita e movimento, cercando di trovare il senso negato anche dalla sua arte non prettamente musicale; una ricostruzione che acquista ancora più forza e commozione nelle sequenze in rotoscope, in cui è possibile intravedere, seppure disegnato, seppure immaginato, il Cobain più sconosciuto, prima della fama, narrato dagli audio ritrovati con la sua voce.

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Tra momenti iconici, come il backstage della realizzazione della copertina di Nevermind, e attimi familiari, che ritraggono Cobain ancora bambino, lontano anni luce da ciò che sarebbe diventato, Montage of Heck mostra senza filtri la relazione tossica con Courtney Love, nel periodo della segregazione domestica e della dipendenza dell'eroina. Senza attribuire direttamente alla moglie il suo declino, come succedeva nelle accuse pesanti del documentario Kurt & Courtney, sembra di avere a che fare con found footage estremamente intimi e personali, tragici e disturbanti nella completa innocenza di suoi due protagonisti. A spezzare la disperazione inconsapevole, è l'arrivo della figlia Frances Bean, che ora, ventitré anni dopo, produce questo film.

Tralasciando l'ultimo mese di vita di Kurt prima del suicidio, quei Last Days raccontati da Gus Van Sant, Montage of Heck non pretende di sapere e di spiegare perché; l'opera di Morgen è invece una bellissima ode a uno dei personaggi simbolo degli anni '90, che non tenta né di immortalarlo per sempre né di elevarlo a mito assoluto. Semplicemente, una dichiarazione d'amore postuma più dolce e sincera per la piccola Frances Bean.

Trailer di Cobain: Montage of Heck

Voto della redazione: 

4

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