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Autore Giulia Marras :: 8 Ottobre 2014
Locandina di Il regno d'inverno - Winter Sleep

Tra Čechov e Tarkovskij, il settimo lungometraggio di Ceylan costruisce un mondo insieme teatrale e cinematografico in tre indimenticabili ore di dialoghi serrati e gelidi paesaggi

Quella di Nuri Bilge Ceylan è una filmografia che si sta velocemente delineando come una delle più solide, e ancora promettenti per il futuro, del cinema mondiale contemporaneo. Da Uzak (il film più premiato della storia cinematografica turca) in poi, i suoi lungometraggi vengono riempiti di riconoscimenti a Cannes, dove sono sempre presentati (Il piacere e l'amore, Le tre scimmie e l'ultimo capolavoro C'era una volta in Anatolia). Dopo esserci andato più volte vicino, con Winter Sleep - Il regno d'inverno il regista turco si è aggiudicato finalmente la Palma d'Oro dalla giuria presieduta quest'anno da Jane Campion.

Tre ore e venti di una dozzina di piani-sequenza sembrebbero non facili da digerire ma in realtà diventano preziose e indipensabili fino all'ultimo minuto per la costruzione di un mondo come racchiuso in una palla di vetro, gravitante intorno a un alberghetto gestito da un ex attore teatrale, primo protagonista del film, dove vive insieme alla giovane moglie e alla sorella, recentemente divorziata.

Ispirato dichiaratamente alle opere di Čechov, Il regno d'inverno mantiene infatti un'impostazione squisitamente teatrale tramite lunghi dialoghi che si svolgono negli ambienti domestici dove i tre sono lentamente costretti a svelarsi all'altro, in una sorta di agnizione di sé e del loro rapporto. Dal discorso indiretto di C'era una volta in Anatolia usato per scrivere i verbali e raccontare l'indagine, Ceylan in Il regno d'inverno passa a quello diretto, come metodo enunciativo di un duello parlato a colpi di accuse personali, risentimenti, rivendicazioni ma anche intessuto su argomenti universali, quali la povertà, la violenza, l'arte, la noia, la felicità. La lenta demolizione del protagonista Aydin e delle sue sicurezze puramente intellettuali inizia con un gesto fisico, la rottura del finestrino da parte di un bambino, primo suo giudice imparziale, e continuerà attraverso le parole delle sue donne in gabbia, colpevoli di ingenuità, in parallelo con gli animali selvaggi (i bellissimi cavalli della Cappadocia) da catturare e addomesticare.

E, come è tipico del movimento registico di Ceylan, il paesaggio turco, quello più estremo, con i suoi colori, le strade, i panorami, influenzano la natura dei personaggi, come le stagioni influenzavano l'amore dei due protagonisti de Il piacere e l'amore: i percorsi esistenziali vengono vissuti prima fisicamente attraverso lo spazio che abitano e che abita loro, solo a posteriori cosciamente.

[Leggi anche: La Turchia inserisce "Winter Sleep" nella corsa agli Oscar 2015]

Pur se con echi di Bergman e Tarkovskij, Ceylan con questo ultimo lungometraggio consolida il suo personalissimo sguardo sulla fragilità dell'uomo, confermandosi uno dei maggiori autori contemporanei.

Trailer di Il regno d'inverno

Voto della redazione: 

4

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