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Autore Alessandro Tavola :: 1 Dicembre 2014
Locandina di The Rover

Recensione di The Rover di David Michôd con Guy Pearce e Robert Pattinson: dal regista di "Animal Kingdom" un on the road postapocalittico dall'esecuzione impeccabile ma incapace di sporcarsi le mani. Torino Film Festival 2014 sezione Festa Mobile

Con The Rover David Michôd si riconferma preciso e puntuale: Guy Pearce e Robert Pattinson danno il meglio, ma a dettare il ritmo, purtroppo, è la tecnica, e non la palpitazione.

Ribaltando i toni corali del precedente Animal Kingdom, il regista pone il suo sguardo sulla devastazione tipica del postapocalittico, riuscendo a dipingere, privandola di qualsiasi appendice futuristica o fantascientifica, una desolazione rovente, soffocante, sporca e senza tempo, in cui la bestialità e la solitudine possono bollire, col sudore, coi colori caldi, con i contrasti aridi, lungo l’orizzonte sterminato di un’umanità borderline e senza nulla da perdere (e nemmeno da dare), facendosi ponderosa visione del presente.

È ancora il western in cui ci si ammazza per un importantissimo e vitale "poco o niente", quello di Michôd. Quello sempre scabro e senza via di fuga, privo d’alternativa o reale possibilità; da osservare con distacco, ed al contempo lasciandosi invadere dal bruciore delle immagini e da una continua, mai sazia presenza di pericolo, capace di stringere e non allentare la morsa dall’inizio alla fine. Nei volti deturpati di un manipolo di balordi, nell’appeal quasi eastwoodiano di Pearce, nella debolezza di Pattinson, sulla pelle lurida e tra i denti lerci di tutti ritroviamo i capisaldi di certe maschere. 

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Il regista australiano attinge pienamente al genere e ad una ormai consolidata tradizione on the road senza dare troppo in cambio, al di là dell’indubbia capacità di rappresentare la tensione, la disperazione e le regole animali di un microcosmo chiuso, inscatolato, visivamente isolato, rispetto al quale l’occhio rimane come osservatore esterno, al sicuro dalla sporcizia e “costretto” ad ammirarne quasi solamente la calligrafia (della quale spiccano fotografia e, soprattutto, cast e colonna sonora).
Ed è nella sensazione d’avere tutto sotto controllo prima di tutto come spettatori ad essere insita la mancanza chiave del film: The Rover si dà da subito una struttura rigidissima e non ne esce nemmeno per errore, impermeabile a qualsiasi contaminazione, ripetendo lo stesso riff, del quale il guizzo iniziale finisce con l’apparire pedissequo e frutto di una sorta di meccanicità gelida e quasi saccente, probabilmente devota ma priva di sfrontatezza, in cui completezza e limitazione coincidono.

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In The Rover vincono la durezza e la spietatezza di un cinema della distanza, capace di osservare, rappresentare e raccontare, ma mai di lasciarsi avvolgere o coinvolgere, impeccabile nell’esecuzione tanto da lasciare, infine, soddisfatti ma illesi.

Voto della redazione: 

3

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