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Autore Fiaba Di Martino :: 22 Novembre 2014
Locandina di Tokyo Tribe

Recensione di Tokyo Tribe di Sion Sono: Per la prima volta, il geniale e visionario autore giapponese delude con un film stereotipato e statico. Nella sezione After Hours del Torino Film Festival 2014

 

Amiamo Sion Sono. Lo amiamo alla follia più delirante e disperante, lo amiamo dal duo Suicide Club/Noriko's Dinner Table, al dolentissimo esplosivo irripetibile e inimitabile Love Exposure, dall'alienazione allucinogena societaria e identitaria di Cold Fish e Himizu, ai documentari strampalati e romantici, ai corti assurdi e nonsense. Lo amiamo per come dipinge forsennatamente e furiosamente il suo paese, le piaghe sanguinanti a iosa della cultura capitalista, della famiglia castrante, di norme tradizionali, tutto portato all'estremo parossismo, alla devianza, all'ossessione parodica, alla tragedia ridicola, all'estasi mistica e manicomiale, in ogni suo film; eretico re e traditore dei generi, miccia irrefrenabile, petardo autodistruttivo magnificamente impetuoso e viscerale.

Per questo, perché Sion Sono è sempre così enorme, i suoi lavori sono così incontenibilmente immensi, che questo Tokyo Tribe (presentato al 32esimo Torino Film Festival) proprio non ci va giù. Chiariamoci subito, non è un brutto film: probabilmente Sono è innatamente incapace di fare film brutti. Ma un film sbagliato un po' lo è. E rimpiangiamo più che mai le incredibili premesse, un musical yakuza (!!) gettato nelle lerce periferie stratificate in mille distretti a sé stanti, con le loro regole e stili. Roba da farci boccheggiare d’aspettative in sala, si prospettava l’ennesima onni-potenza del nostro Dio del Cinema. Invece, dopo un primo quarto d’ora grondante coolness, con il giovane attore feticcio Shota Sometani ad introdurci nel mondo vorticoso di Tokyo Tribe, incarnando una specie di voce narrante (cantante) sotto la pioggia e i colori delle strade in cui imperversano gangster d’ogni sorta, ecco che pian piano qualcosa inizia a scricchiolare, a non tornarci, a non convincerci appieno.

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Lo capiamo mentre scorrono i minuti che, forse per la prima volta con un’opera firmata Sion Sono, sentiamo tutti (ricordiamoci che Love Exposure dura 4 ore e Cold Fish 145 minuti, ad esempio): non c’è pulsione deflagrante, in questo Tokyo Tribe, non c’è il detonatore che lo faccia decollare come un razzo, tutto è incredibilmente sottotono, incredibilmente già visto, incredibilmente statico anche nel ritmo e nella colonna sonora (2 ore di un rap tutto uguale) incredibilmente stereotipato. Fa rizzare i capelli in testa solo a scriverlo: Sion, qui, è stereotipato. Le situazioni sono un déjà vu affaticante, i personaggi macchiette senza ragion d’essere, e mentre altrove l’autore era riuscito a distorcere tali apparenti problematiche in punti di forza, qui non riesce a elevarle oltre la loro superficie.

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Non un brutto film, ripetiamo: Sono sa dannatamente come girare, e se ci dimentichiamo per un po’ che si tratta di lui, ci possiamo anche godere questo rombante action comunque troppo lungo. Il problema è che si tratta di lui: e lui, un film del genere, non poteva non restituircelo in veste di capolavoro.
Torna presto da noi, Dio del Cinema.

Trailer di Tokyo Tribe

Voto della redazione: 

3

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