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Autore Alessandro Tavola :: 21 Gennaio 2016
Locandina di Steve Jobs

Recensione di Steve Jobs di Danny Boyle con Michael Fassbender, Kate Winslet, Jeff Daniels: lo sceneggiatore Aaron Sorkin prova ad afferrare certe sfumature, ma l'orchestrazione penalizza il materiale di partenza e la tecnica prevale sulla sostanza

Lo sceneggiatore più quotato, uno dei registi più esagitati del panorama, una delle figure più controverse e determinanti degli ultimi decenni: com’è possibile che Steve Jobs, sceneggiato da Aaron Sorkin, diretto da Danny Boyle e con un cast stellare (Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels) si riveli come uno dei film più piatti e deboli del genere a cui appartiene?

Nel voler prendere e guidare solo particelle ben definite della figura di Jobs, Sorkin effettua una poco puntuale espansione nevralgica, prima di tutto familiare e volta a disgelare un lato che non è né quello del (presunto) genio né quello del tiranno, ma quello più mestieristico di un’umanità disvelabile che appare gradualmente, resa la persona (o, più appropriatamente, il personaggio) via via più duttile, attraverso il “semplice” dialogo, lungo la parabola con la quale lo Steve Jobs del film inizia e finisce senza proferire danno.

Senza contravvenire alle “regole” del biopic, lo sceneggiatore le rielabora alla sua maniera, spostando nella backstory e in pochi riferimenti tutto un immaginario, venendo meno alla voglia cronachistica e accumulatrice che aveva fatto di The Social Network un mitragliatore di dialoghi e scene: nelle due ore di Steve Jobs assistiamo a tre momenti e a tre spazi in cui viene condensata l’intera dimensione tangibile del film, purtroppo assieme a tutto il suo sapore. Se il film su Mark Zuckerberg  muoveva da dinamiche di scrittura che potevano far pensare ad una serie condensata, qui si tenta la strada della sinfonia, dell’afferrare una sfumatura piuttosto che un’altra ma, qualsiasi siano stati i moti creativi di Aaron Sorkin (nel bene e nel male), Danny Boyle non è David Fincher, non è un regista capace di arricchire o correggere con la sua sola presenza.

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L’operazione sembra rifiutare i dettami del fanservice eludendone in toto le aspettative (da qui, forse, l’insuccesso del film negli Stati Uniti) cercando di dare una dimensione aggiuntiva e parzialmente inedita, ma allontanandosi terribilmente dal potenziale del materiale di partenza e racchiudendo avidamente il tutto in un autocompiacimento strutturale che questa volta appare del tutto ingiustificato. Niente informatica, cultura pop, leggende o storia recente: il Jobs interpretato da Fassbender vive e brilla esclusivamente della propria scrittura come entità ex novo, così come tutti i ruoli di contorno, e la vicenda  si riduce alla “redenzione di un magnate qualsiasi”, con un protagonista molto meno eterogeneo e seducente della sua controparte reale.

Il problema principale di Steve Jobs non è però il suo venir meno all’impegno tacitamente preso, anzi, ma il suo presupposto teorico non arriva ad avere una forma adeguata: personaggi che non riescono a rendersi completi, dialoghi che sembrano pensati più per il vanto attoriale che per la costruzione del plot, un ritmo asservito alle performance e un risultato d’insieme del tutto deficitario ne fanno un film borioso, fagocitato dalla sua stessa progettualità, incapace di traspirare ed evocare, insicuro sull’effondere e sul coinvolgere, eccessivamente misurato nel difendere e nell'accusare, ed inadeguato sia dal punto di vista cinematografico che da quello generalmente narrativo, privo della forza necessaria a rapire per/con la sua durata.

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Danny Boyle non può fare molto: quella di Sorkin è una presenza inopportunamente ingombrante ed inglobante e il regista inglese non ha qui il potere e la verve nerd necessaria a fare di Steve Jobs un’esperienza autosufficiente, a sopperire a determinate carenze o far germogliare spunti. Non che il suo stile potesse aggiungere granché a questo kammerspiel di cui si vede ogni taglio, ogni decisione e ogni imposizione, ma avere il regista di The Millionaire ridotto a semplice e (troppo) sobrio shooter è una pecca in più.

Non per il lato biografico in sé, ma per le firme che porta, Steve Jobs risulta pretenzioso e meccanico, abbracciabile solo in pochi e precisi momenti (tra cui il finale, àncora di salvataggio dell’intera visione). Per nulla sulla difensiva, il fortino dei suoi autori gli si è ritorto contro e ci ritroviamo con una pellicola che, cercando di emanciparsi da uno standard, va ad appiattirsi su un altro, quello del progettino tutto tecnica e poca sostanza.

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Trailer di Steve Jobs

Voto della redazione: 

2

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