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Autore Giulia Marras :: 14 Ottobre 2015
Locandina di Crimson Peak

Recensione di Crimson Peak di Guillermo Del Toro | Dopo Il labirinto del fauno, ritorna la sfacciata creatività gotica del regista messicano purtroppo sprecata dalla prevedibilità del triangolo Wasikowska-Hiddleston-Chastain e l'horror viene meno

“È il mio film più bello” pare aver dichiarato morettianamente il regista messicano di Hellboy, Il labirinto del fauno e Pacific Rim. Tagliamo subito la testa al (Del) toro: con delusione, bisogna ammettere che purtroppo Crimson Peak non rispetta le aspettative e premesse che si pone a monte.
Come un classico in costume di derivazione letteraria ottocentesca (Wilde, Poe, Brontë) la prima parte, di preparazione (al peggio), spiana con eleganza la strada per la svolta al gotico e all'horror promesso; inizia così il nono lungometraggio di Del Toro da regista e il dodicesimo da sceneggiatore, tratteggiando, anzi abbozzando la sua eroina protagonista – Mia Wasikowska sempre all'altezza e forse superiore al suo personaggio – nelle caratteristiche principali di orfana di madre, scrittrice curiosa e femminista precoce. Edith nega infatti il pregiudizio che circonda il mestiere della narrazione ricoperto da una donna e l'immaginario secondo cui finisca sola e in disgrazia; e preferisce essere paragonata a Mary Shelley (morta vedova) piuttosto che a Jean Austin (morta vergine). Peccato che ceda alle prime lusinghe di Thomas Sharpe (Tom Hiddleston) e solo dopo un ballo – scena in cui Del Toro avanza dichiaratamente l'ombra de Il Gattopardo di Visconti, e si vede – dimentichi completamente la scrittura.

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Dopo il trasferimento dei due in una Casa di Raiminiana memoria, insieme alla sorella di Thomas interpretata da Jessica Chastain (inquietante abbastanza ma ostacolata dal personaggio macchiettistico), proprio quando il film dovrebbe cominciare a reggersi in piedi da solo, si comincia a sentire il suono delle vaste crepe di sceneggiatura, precaria come la casa decadente e vittoriana, nemica dei suoi abitanti. Il grande fascino di Crimson Peak risiede infatti – ma non gli appartiene, poiché derivato da molteplici suggestioni – nel complesso scenografico, ispirato ai colori ipercontrastati del gotico italiano, soprattutto Mario Bava, nel sangue cremisi che materialmente dà vita all'architettura, dall'argilla che scorre sotto terra ai fantasmi animati dal loro stesso plasma.

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Abbandonato il solidale compagno di giochi Guillermo Navarro, Del Toro ritrova come direttore della fotografia il Dan Lustsen di Mimic, che non fa rimpiangere il passato: l'antitesi tra la purezza della protagonista e l'animo corrotto della Chastain è poeticamente e cromaticamente specchiato nella giustapposizione del bianco nevischio al rosso sanguigno, che sfocia nel folle spettacolo dell'ultima scena, così paradossalmente vicina allo Shining kubrikiano.
Certo, sì Bava, sì i costumi (perfetti), sì la scenografia, ma come la storia si imbatte in una prevedibile quanto facile e ridicola risoluzione, così anche il gotico rischia di confondersi con il barocchismo pressoché vago e infine inutile.

Eppure, nelle fondamenta sorgeva qualcosa: la necessità dello sguardo fotografico per la visione del soprannaturale, la meccanica premoderna come superamento dei vincoli sensoriali, il fonografo come mezzo di comunicazione dal passato, i fantasmi come immagine di una sessualità latente o “mostruosa”. Idee gettate nelle sotterranee della grande casa di genere. Il castello personale di Del Toro non può allora che crollare, per essere dimenticato.

Trailer di Crimson Peak

Voto della redazione: 

2

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