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Autore Giulia Marras :: 22 Giugno 2015
Locandina di Going Clear: Scientology e la prigione della fede

Recensione di Going Clear: Scientology e la prigione della fede | Basato sull'omonimo romanzo di Lawrence Wright, il documentario sul culto di Scientology è un'indagine attenta sulle menzogne e sull'illusione della religione, anche quella più assurda

Che Scientology fosse nient'altro che una setta autorizzata lo si sapeva da tempo: basta guardare in faccia Tom Cruise o farsi un giro sulla rete per capire quanto il culto fondato da L. Ron Hubbard sia diventato una truffa organizzata ai danni dei caratteri più fragili e malleabili. Ma il documentario di Alex Gibney, mettendo insieme le origini e l'evoluzione della "chiesa" con le testimonianze degli ex adepti, è un'opera fondamentale e preziosa per entrare dentro i meccanismi ingannatori di una qualsiasi setta e immedesimarsi negli ingannati, i quali, finché all'interno, non riescono a captare i segnali evidenti all'esterno.
Premio Oscar per Taxi to the dark side sugli interrogatori e le torture post 11 Settembre, il prolifico Gibney indaga, come negli ultimi lavori da Mea maxima culpa sugli scandali degli abusi sessuali nella chiesa cattolica a The Armstrong Lie sul dopatissimo ciclista americano, la forza della mente che spinge l'uomo nell'abbracciare la menzogna proteggendolo dalla verità disconosciuta; ovvero, la negazione della realtà.

Nonostante abbia a disposizione numerosissime testimonianze audiovisive, Gibney sceglie di focalizzarsi su poche esperienze tra le più significative – oltre al regista Paul Haggis e l'attore Jason Beghe, anche l'ex portavoce Mike Rinder e l'ex dirigente esecutivo Mark Rathbun – ma soprattutto su chi non parla, sul non detto, su ciò che appare ancora oscuro e assurdo. In questo caso, al contrario della bugia rivelata da Lance Armstrong, chi non potrà mai essere smascherato o interrogato è il demiurgo Hubbard, figura quasi mitologica nella rappresentazione scientologica e completamente schizoide per il resto del mondo: detentore del Guinness dei Primati per il numero di libri scritti (più di mille), per lo più pulp e science fiction di ultima categoria, Hubbard è il personaggio catalizzatore, dal fascino del visionario disturbato (con un merito: quello di aver ispirato una delle massime interpretazioni di Philip Seymour Hoffman nel capolavoro di P. T. Anderson, The Master). Anche grazie ai filmati di repertorio montati da Gibney, così la religione creata secondo la sua fervida immaginazione, dai “confessionali” con l'e-meter alla minaccia dell'invasione aliena, sembra essere proprio il risultato finale di una saga fantascientifica di pessima qualità. Ugualmente, il suo successore David Miscavage necessita, per portare avanti la farsa, della stessa spettacolarizzazione della presunta religione, drammatizzando i convegni come messe mondane (e raduni nazisti) e attirando a sé celebrità. Perché in Scientology tutto è veicolato dall'immagine, “tutto è sceneggiato”: all'interno c'è un'altra storia, fatta di abusi, minacce, lavori forzati, lavaggi del cervello.

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Gibney ricostruisce questa storia nascosta seguendo lo stesso accrescere dei livelli che il fedele deve raggiungere per la rivelazione finale: allo stesso modo lo spettatore è messo di fronte ad un crescendo di tensione sempre più alto, che scopre ulteriori livelli di violenza, umiliazione e inganno.
Come un altro noto documentarista americano, Errol Morris, il regista non si lascia vedere, ma interviene continuamente, indirettamente o no, nel grattare le immagini dalla patina dell'illusione, nel tradurre i pensieri incondificabili degli intervistati, vittime comprensibili di una promessa disonesta di purificazione. Going clear è il nome del processo portato avanti da Scientology per liberare l'anima dalle forze aliene, ma è anche il tentativo di Gibney di mostrare quanto sia facile cadere nella trappola di un incanto, per quanto irrazionale possa essere.

Trailer di Going Clear: Scientology e la prigione della fede

Voto della redazione: 

4

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