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Autore Alessandro Tavola :: 25 Febbraio 2016
Locandina di Il Club di Pablo Larraìn

Recensione di Il Club di Pablo Larraìn con Alfredo Castro, Roberto Farías, Antonia Zegers: un nuovo affresco tra vuoto e senso di colpa, assenza di Dio ed efferatezza, desolazione e crudeltà dal regista di "Tony Manero"

Dopo un fugace passaggio alla Festa del Cinema di Roma 2015 nella retrospettiva dedicata al regista e diversi rinvii, Il Club di Pablo Larraìn arriva finalmente nelle sale: un’opera quinta che conferma la maestria e la poetica del regista cileno.

Una casa sul mare, una località isolata, un cielo silenzioso: il club del titolo è quello di quattro sacerdoti costretti a vivere in semi isolamento per scontare la pena per i loro peccati commessi in passato. Ancora una volta, Larraìn riesce ad andare oltre il giudizio descrittivo, creando il suo film più rarefatto e greve, capace di scavare ed esplorare senza smarrirsi l'abisso umano. I suoi preti, spogliati di qualsiasi identità e ridotti ad ombre, espiano i loro peccati nel plumbeo, nell’isolamento, in una negazione continua di autentica salvezza.

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Si respirano vuoto e colpa, in Il Club, sotto la patina digitale sfocata, sotto i gesti e gli umori ridotti ai minimi termini: il regista cileno allenta la presa narrativa per stringere tutte le altre, per illuderci di una scelta, mentre vediamo decadere gli spazi di manovra, l’ipotesi di speranza; datici quasi come un trucco, una distrazione, mentre si giunge al climax e l’autentica mostruosità si palesa ai nostri occhi.

Tra le sue anime perse Larraìn si muove come in un giallo e quasi non ce ne accorgiamo, ci ubriaca di particolari e di illusioni, mentre i moti terribili ribollono sotto le immagini. Il confino, una spiaggia, le corse dei cani: sembra consumarsi tutta lì, la vita, col sole vietato tra le scelte cromatiche, con un azzurro sempre albeggiante che sembra bloccare il tempo. Il contrasto tra una calma vuota ed apparente ci allontana dall’efferatezza, ma poi ce la dà come esposizione quasi silenziosa, come unico possibile atto finale.

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Consumando lentamente i propri personaggi, le coordinate visive di Il Club ci nutrono di dubbi, di alone misterioso: come in Tony Manero e in Post Mortem, i frammenti del racconto sono fili sparsi in attesa di essere tirati nell’icona finale, lontani, una falsa distrazione che in realtà è acume compositivo solo in apparenza frugale, in un affabulante e continuo contrasto tra idea dissolta di Dio e segni di prigionia umana connaturata.

Quello di Larraìn continua ad essere un cinema che esclude, che riduce, che chiude, destrutturando attraverso precise scelte stilistiche, stringendo con un nodo che prima che alla gola, è alle tempie.

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Trailer di Il Club

Voto della redazione: 

4

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