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Autore Giulia Marras :: 26 Ottobre 2014
Locandina di Lucifer

Recensione di Lucifer di Gust Van Den Berghe | La caduta dell'angelo Lucifero sulla Terra in un piccolo villaggio messicano, vista dall'occhio circolare e originario del cinema, racconta la nascita della distinzione tra il Bene e il Male

Secondo la tradizione, Lucifero era, insieme a Michele, l'angelo prediletto del Signore, cacciato dal Paradiso per superbia e fatto precipitare negli Inferi. Nel film del giovanissimo Van Den Berghe (classe 1985), ispirato all'opera teatrale omonima di Joost Van den Vondel, l'Angelo dalle affascinanti e francescane fattezze passa prima per la Terra, in un villaggio messicano, senza essere già pienamente Diavolo, ancora in bilico tra il Bene e il Male. Qui incontrerà l'anziana Lupita, suo fratello Emanuel e la nipote Maria, insieme alle tentazioni e ai peccati umani, che prima cercherà egli stesso di curare miracolosamente, per infine cedere e scomparire. Lascerà il popolo del paese in un nuovo stato di coscienza con la perdita della fede e dell'innocenza.

Diviso nei tre atti Paradiso, Peccato, Miracolo, Lucifer è prima di tutto un esperimento visivo sul formato dell'immagine cinematografica: la quadratura diventa qui cerchio, come la forma delle prime proiezioni della lanterna magica, lo strumento nativo del cinema; ma anche come la forma dell'occhio e della sua naturale percezione ottica senza angoli; ma quella di Van Der Berghe è anche una scelta concettuale e filosofica, che assegna alle inquadrature dall'alto a 360° sul panorama rurale e vulcanico del Messico, una visione del mondo dal cielo, dal Paradiso, o uno sguardo circoscritto a immagini rubate da un periscopio. Il regista belga compone con lirismo pittorico ogni fotogramma, ricordando i quadri di Bosch e Brueghel, ma anche la scuola rinascimentale di Raffaello o quella fiamminga di Vermeer e Van Eyke.

La tondoscopia di Lucifer nasce proprio da queste suggestioni, mentre la narrazione procede enigmaticamente come un Buñuel o un Reygadas di oggi, scardinandosi dalla pretesa di farsi racconto biblico o morale: il villaggio, luogo dove realmente il tempo sembra essersi fermato in un Purgatorio senza moderne comodità e con antiche tradizoni e credenze, vive di una teatralità ancestrale e incorrotta, fino alla venuta dell'angelo, da festeggiare con celebrazioni pagane con cibo, danze e liquori. La ricerca della comunicazione diretta con il divino, tramite un megafono, o una torre che cerca di raggiungere il cielo, o i neon luminosi, nella sua semplice praticità e immediatezza, commuove fin dall'inizio, insieme ai personaggi, attori locali, ingenui antenati dell'uomo moderno, fin troppo conscio del Male terreno.  

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Lucifer è una piccola cosmogonia apocrifa, che attraverso la tondoscopia riesce a spalancare la visione, invece di chiuderla a una piccola porzione dello schermo; una poesia laica sul rapporto umano col peccato e con la spiritualità, che trova nel cerchio la sua forma ideale. Quella della Terra, dell'umanità. E così il cinema finalmente emerge in questo Festival, facendosi altro da sé, capovolgendosi, in un'evoluzione al contrario.

Trailer di Lucifer

Voto della redazione: 

5

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