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Autore Giulia Marras :: 3 Gennaio 2016
Locandina di Macbeth

Recensione di Macbeth | Plasmato sui corpi dominanti di Fassbender e Cotillard, il riadattamento dell'opera shakespeariana del giovane Justin Kurzel scorre senza il suo pathos fondante, colpevole di un'immagine già assodata dalle serie tv di successo

Non che fosse necessaria un'ulteriore trasposizione cinematografica del MacBeth: a riprodurre su pellicola il noto dramma shakespeariano ci avevano pensato ben più che adeguatamente Welles nel '48, Kurosawa nel '57 e Polanski nel '71, ma anche Bela Tarr nell'82 in due unici piani-sequenza, e ancora infinite versioni più o meno degne continuano ad affacciarsi sui piccoli e grandi schermi. Ma come il nemico Macduff dichiara prima di uccidere il re di Scozia, Macbeth vive “per essere lo spettacolo e lo stupore del mondo”: tuttora, grazie alle sue numerose pieghe e interpretazioni, non smette di attirare e affascinare nuovi sguardi.

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Questo del giovane Justin Kurzel ricerca maggiormente un approccio stilistico originale e spudoratamente contemporaneo piuttosto che una chiave di lettura particolare o riattualizzata per un pubblico giovane o assopito. Ma se la proposta si riduce a un interesse corporeo e formale al limite da rasentare un'estetica anestetica, la potenza dell'opera non ne viene intaccata ma riecheggiata elegantemente da un contenitore calcolato ma ineccepibile, e paradossalmente funziona, e il Macbeth ne esce vittorioso come sempre, pur nella sua codardia. La fotografia non può che riallarciarsi allo stile metafisico (e vincente) del direttore Adam Arkapaw, già al lavoro della prima acclamata stagione di True Detective nonché della serie di Jane Campion Top of the lake: campi lunghi in cui la figura umana occupa un umile porzione di spazio mentre un destino sovrannaturale e divino incombono sulla debolezza terrena, inquadrature strette sulle carni e sui volti si concentrano sulla follia e sui deliri di onnipotenza e di miseria.

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Purtroppo l'ispirazione “visionaria” è fin troppo derivativa, se non direttamente traslata dal sempre sottovalutato Nicolas Winding Refn e in questo caso soprattutto dal suo Valhalla Rising, in un confuso, e pretestuoso, immaginario che tocca anche Malick e McQueen, senza un vero impeto che giustifichi i rallenti epici a dismisura, le cristallizzazioni barocche o le saturazioni accentuate dei colori dominanti. Ma dietro le immagini istrioniche (e in questo prettamente shakespeariane) e tuttavia vanescenti, l'ossatura del dramma resiste, e il testo, anche se sforbiciato, quasi consunto dagli sceneggiatori, resiste – sarebbe stato oltraggioso il contrario – e rimane in primo piano.

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E se i corpi di Fassbender e Cotillard sembrano ritagliati appositamente per le rispettive parti, è anche vero che entrambi non vengono spinti al di là dei loro ruoli ingombranti, forse succubi di un apparato scenografico, e in toto cinematografico, pesante, opprimente e fatidico come la fine a cui sono destinati. Nonostante questa sensazione martellante e fastidiosa di trovarsi davanti a un prodotto furbissimo, non è un'occasione sprecata per ri-godersi l'immortale Macbeth (anche se sfortunatamente, un suo compendio). E sicuramente firma le premesse per un'interessante riuscita del prossimo Assassin's Creed, in uscita a fine 2016 e girato dalla stessa squadra Kurzel-Arkapaw-Fassbender-Cotillard.

Trailer di Macbeth

Voto della redazione: 

3

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