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Ritratto di Giulia Marras
Autore Giulia Marras :: 9 Settembre 2016
Locandina di On The Milky Road

Recensione di On The Milky Road | Basato sul precedente cortometraggio visto in Words with Gods, il regista serbo rimane incastrato nella poetica gipsy e circense che nulla aggiunge ai suoi precedenti lavori mentre Monica Bellucci canta e poco altro

Come una ferita che non guarisce, Kusturica è rimasto emotivamente bloccato nel tempo, negli anni novanta dei conflitti jugoslavi e rinunciando, ancora e purtroppo, all'innovazione di stile e poetica, ritmo e narrazione. Se è vero che la guerra non è mai finita, soprattutto nel casi dei Balcani, On The Milky Road rimane comunque un'ulteriore e pedissequa celebrazione della cultura libera e gipsy della Serbia e delle sue stravaganze, con i suoi personaggi liminali nel loro rapporto viscerale, d'amore e odio, con la terra e le sue bestie; un encomio che con Underground e Gatto nero, Gatto bianco si era già più che esaurito. 

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"Siamo in guerra non in un circo" ricorda uno degli anziani in trincea, più preoccupato dei pasti che della battaglia, ma Kusturica sembra dimenticarsene: almeno nella prima del film, On The Milky Road è un inventario di follie, gag e surrealismi che circondano la natura continuamente bombardata del protagonista Kosta, interpretato dallo stesso Kusturica, lattaio solitario conteso tra due donne, tra cui la quota italiana Monica Bellucci - da subito la battuta circolata al festival è che reciti meglio in serbo che in italiano e probabilmente non è del tutto infondata. "Dio ci salvi dalle donne pazze e dalle grandi violenze" ripetono i freaks del rumoroso e caotico mondo kusturiciano, ancora alle prese con il faticoso adeguamento agli strumenti meccanici e alla modernità, ma la guerra rimane un sottofondo sonoro che nella seconda parte vede lasciare il posto alla storia d'amore tra i due protagonisti e alla loro fuga da un generale della Nato e dai suoi soldati (non è nuova l'antipatia del regista serba nei confronti dell'organizzazione per la difesa). Kusturica rinuncia così a narrare una nuova parabola per i migranti contemporanei e si lascia andare all'avventura picaresca ma sgangherata, non priva di momenti scult. 

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La tipica atmosfera da musical gitano e i divertenti momenti con gli animali-attori - falchi, oche, orsi, galline - non bastano a risollevare la seppur personale battaglia kusturiciana, così neanche il finale dal lirismo cercato, preteso da un autore in lotta con il mondo e con il suo stesso cinema. 

Voto della redazione: 

2

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