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Autore Stefano Cacciani :: 26 Febbraio 2016

La miniserie si è conclusa con un cliffhanger astuto e brutale nel bel mezzo un episodio pensato per aprire le porte ad una undicesima stagione

X-Files "Ossessione"

X-Files 10x6 “Ossessione” (My Struggle Part II). Sei settimane sono passate, e la fine del mondo è arrivata assieme alla fine di questa miniserie pilota, revival pensato per testare l’attaccamento del pubblico e quindi il valore commerciale di ciò che è stato marchio di punta della Fox negli anni ‘90, gli X-Files. Diciamo subito due cose, ancor prima di raccontare la storia.

La prima: il successo c’è stato e gli ascolti da record aprono le porte ad una nuova produzione da parte del network americano, nonostante i fan di Mulder e Scully si siano polarizzati nei giudizi, nettamente divisi tra chi ha amato e chi ha odiato questa decima stagione.

La seconda: la parte dedicata alla mitologia della serie ne esce ridimensionata nella portata e nei contenuti, dato che quest’ultima puntata interrotta con un brutale cliffhanger, come del resto è accaduto in altre precedenti stagioni, è stata costruita solo per lanciare un ponte verso il futuro, senza che nessuna delle storylines buttate lì avesse un reale sviluppo - sono due gli episodi, 10x1 e 10x6, che hanno ripreso la mytholgy sviluppando in un ciclo ad anello di apertura/chiusura il riavvio dopo 14 anni di pausa delle vicende dei due agenti speciali dell’FBI, mentre gli altri quattro episodi centrali hanno invece goduto dell’impostazione autoconclusiva, più ispirata e riuscita, del monster of the week.

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Sei settimane sono passate. A fare il punto sul tempo passato è la stessa Dana: dai fatti che hanno riaperto gli X-Files in 10x1 a quelli che portano a 10x6i è passato un mese e mezzo circa. La linea temporale reale di messa in onda e quella narrativa coincidono quindi nel gioco impostato da Chris Carter, che dirige questo mezzo finale. Ma, ad essere sinceri, è l’unica cosa divertente di questo apocalittico pasticcio. Troppi e troppo complicati i temi inseriti per riuscire a dare spessore alle storie, ci sarebbe forse voluto un film di oltre due ore per calibrare i tempi e far montare la trama.

Tornano gli alter ego Miller e Einstein visti in 10x5, e torna il predicatore web Tad O’Malley visto in My Struggle Part I. Quest’ultimo torna per denunciare niente meno che la fine dell’umanità attraverso un’infezione genetica di massa, una cospirazione globale pensata per distruggere il sistema immunitario al pari dell’Aids. E così, dopo le iniziali reticenze a credere una storia così strampalata, effettivamente accade: gli ospedali si riempiono di malati di ogni sorta, le strade sono bloccate da gente che fugge, nessuno a parte pochi eletti potrà scampare all’apocalisse.

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Tra gli eletti vi è Dana, scelta dall’Uomo che fuma per irretire anche Fox nel piano di distruzione del mondo. A Scully è stato infatti innestato del DNA alieno ottenuto dal tabagista dopo i fatti di Roswell, l’unica cura in grado salvare il mondo. Intanto un Mulder moribondo raggiunge Smokey senza cedere alle sue lusinghe, fare un patto col Diavolo per entrare a far parte della cerchia di eletti. Una volta che i protagonisti si sono ricongiunti su un ponte affollato, si scopre che l’antidoto estratto dal sangue di Dana – l’unico elemento che potrà salvare l’umanità inoculando a tutti quanti un po’ di corredo genetico venuto da un altro mondo - però non può bastare a salvare la vita di Mulder. Saranno necessarie le cellule staminali del figlio William, dato in adozione appena nato, mentre un gigantesco UFO piomba sulle teste dei nostri eroi illuminandoli con il classico fascio di energia, fino a dilatare la pupilla di Dana. E poi? Cosa succede? Il figlio di Fox e Dana dov’è scomparso? Non sarà forse un alieno lui stesso? È la fine del primo tempo? E il secondo? Giuste domande. No, è l’episodio ad essere finito, come questa miniserie revival-taster.

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Ora la palla passa alla Fox, che avrà il compito di mettere nelle mani di Chris Carter il budget necessario per proseguire con una undicesima stagione gli X-Files, e quindi dare risposta alle domande che ha, più o meno abilmente, fatto sorgere e insinuato. 

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